di Leo Turrini Come in un vecchio racconto di Fiorello, "eravamo io, Bonucci, Chiellini, Jordi Alba e Busquets". 1 luglio 2012, notte di Kiev: l’incrocio più importante tra Italia e Spagna sul palcoscenico globale del pallone, persino più di sfide mondiali (il gol di Baggio del 1994...), perché quella era una finale. Eravamo io, Bonucci, Chiellini, Jordi Alba e Busquets. Con Prandelli in panchina, gli azzurri avevano stupito: scommettendo sui Bad Boys, al secolo Cassano e Balotelli, avevano eliminato prima gli inglesi e poi i tedeschi. Intorno alla...

di Leo Turrini

Come in un vecchio racconto di Fiorello, "eravamo io, Bonucci, Chiellini, Jordi Alba e Busquets". 1 luglio 2012, notte di Kiev: l’incrocio più importante tra Italia e Spagna sul palcoscenico globale del pallone, persino più di sfide mondiali (il gol di Baggio del 1994...), perché quella era una finale.

Eravamo io, Bonucci, Chiellini, Jordi Alba e Busquets. Con Prandelli in panchina, gli azzurri avevano stupito: scommettendo sui Bad Boys, al secolo Cassano e Balotelli, avevano eliminato prima gli inglesi e poi i tedeschi. Intorno alla Nazionale era rifiorito l’entusiasmo dei giorni belli. Solo che.

Solo che, in quel 2012, la Spagna era semplicemente ingiocabile. L’avevamo già affrontata nel girone, in Polonia. Rimediando un pareggio che alimentava caute speranze. Destinate ad infrangersi in fretta. Con la Spagna era una lunga storia: pesa l’eliminazione ai rigori agli Europei del 2008, mentre dall’altra parte il precedente più felice fu la vittoria di Boston nel 1994 con le reti di Dino e Roberto Baggio ed il finale da corrida culminato con la gomitata di Tassotti (attuale vice di Sheva all’Ucraina) a Luis Enrique attuale ct delle Furie Rosse. Ma questa è un’altra storia...

Eravamo io, Bonucci, Chiellini, Jordi Alba e Busquets. Le Furie Rosse due anni prima avevano vinto il mondiale. Era la squadra di Casillas e Sergio Ramos, di Pique e di Xabi Alonso, di Iniesta e di Xavi. Onestamente, una delle più grandi squadre di tutti i tempi. Accostabile al Brasile di Pelé e giuro che non sto esagerando.

Non ci fu partita. Ci presero letteralmente a pallate. Una delle finali più squilibrate di tutte le epoche. Segnò subito David Silva. Chiellini si infortunò. All’intervallo stavamo già sotto 2-0. Raddoppiò Jordi Alba, un altro che c’era, un altro che c’è ancora (ed è sempre molto forte, eh).

Generosamente, gli ucraini facevano il tifo per noi. Ma si rendevano conto di assistere ad una corrida, con l’Italia di Prandelli venuta a recitare la parte del toro. Io stavo in tribuna e ad un certo punto guardai l’orologio: gli spagnoli tennero ininterrottamente la palla per più di tre minuti! La nascondevano, obbligandoci a correre a vuoto. E nella ripresa ci fecero altri due gol, con Torres e Mata.

Sul 4-0 accadde una cosa quasi romantica, o almeno così la giudicai: gli azzurri erano sfiniti, dalla panchina iberica Del Bosque, il ct, fece un gesto e Casillas il capitano impartì l’ordine ai compagni: basta infierire, l’Italia non merita una umiliazione in diretta mondovisione. Le Furie Rosse si fermarono.

rNel 2016 ci fu la rivincita con i gol di Chiellini e Pellè che portarono ai quarti l’Italia di Conte a spese delle Furie Rosse. Ma poi finì lì.

Stavolta Bonucci e Chiellini possono pareggiare i conti con Jordi Alba e Busquets e con la Storia.

Ce la faranno?