dall’inviato Leo Turrini C’è chi la Storia si accontenta di conoscerla. E chi la fa. Come Marcellino pane e vino, il nostro Jacobs, e Gianmarco Tamberi, il nostro Gimbo, spuntati in una estate irripetibile sull’elenco dei campioni che hanno colorato di azzurro il palcoscenico dell’atletica mondiale. A pensarci bene, tutto cominciò in piena era fascista. Correva l’anno 1932 e un milanese di Porta Nuova, Luigi Beccali, andò ai Giochi di Los Angeles ad insegnare al mondo come si correvano i 1500. Il Duce lo proclamò eroe della patria in camicia nera e, sia pure con una certa riluttanza, fece la stessa cosa con una spigliata ragazza emiliana, Ondina Valla, medaglia d’oro sugli ostacoli a Berlino, davanti ad Adolf Hitler, alla Olimpiade del 1936. Ma erano, quelli, altri tempi. Non solo per...

dall’inviato Leo Turrini

C’è chi la Storia si accontenta di conoscerla. E chi la fa. Come Marcellino pane e vino, il nostro Jacobs, e Gianmarco Tamberi, il nostro Gimbo, spuntati in una estate irripetibile sull’elenco dei campioni che hanno colorato di azzurro il palcoscenico dell’atletica mondiale. A pensarci bene, tutto cominciò in piena era fascista. Correva l’anno 1932 e un milanese di Porta Nuova, Luigi Beccali, andò ai Giochi di Los Angeles ad insegnare al mondo come si correvano i 1500. Il Duce lo proclamò eroe della patria in camicia nera e, sia pure con una certa riluttanza, fece la stessa cosa con una spigliata ragazza emiliana, Ondina Valla, medaglia d’oro sugli ostacoli a Berlino, davanti ad Adolf Hitler, alla Olimpiade del 1936.

Ma erano, quelli, altri tempi. Non solo per la dittatura. Non esisteva la televisione, la comunicazione spesso si riduceva a mera propaganda di regime e insomma la molla della popolarità non era ancora scattata.

Fu Livio Berruti, in un’altra Italia, a sparigliare. Nel 1960 si allontanavano i ricordi del disastro bellico e una voglia matta di benessere stava contagiando il Bel Paese. L’Olimpiade organizzata a Roma fu l’istantanea di un momento irripetibile. E al centro dell’immagine si posizionò uno studente piemontese.

Berruti fu l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto. Gli italiani rispettavano tantissimo i faticatori della marcia, da Frigerio a Dordoni e poi successivamente anche Abdon Pamich e Damilano e l’Alex Schwazer di Pechino 2008. Ma nel 1960, beh, desideravano correre. Il più veloce possibile.

Berruti è stato sempre un anti divo. Una persona normale. "Forse – mi ha sempre raccontato – nemmeno mi resi conto bene di quanto avevo combinato".

In effetti, l’aveva combinata grossa. Vinse i 200 metri, battendo gli sprinter americani. E siccome certe cose non capitano per caso, quando Livio spuntò sul rettilineo d’arrivo, beh, un gruppo di colombi schizzò verso il cielo.

Ah, la Storia. Raccontarla è bello, ma esserne protagonista deve essere entusiasmante. Anche a costo di viverla in bilico, perennemente sull’orlo di una crisi di nervi.

Pietro Mennea era cresciuto sulle strade polverose del Sud. Non aveva a disposizione un campo per allenarsi bene. Eppure, aveva visto alla tv Tommie Smith volare i 200 in 19”83 e aveva giurato a se stesso di battere quel record. Mennea è stato l’idolo assoluto dell’Italia degli Anni di Piombo. Era come se cercassimo in lui conforto per le brutte notizie che ogni giorno arrivavano.

Terzo sui 200 a Monaco nel 1972. Quarto a Montreal nel 1976. Nel 1980 ragioni politiche sembravano vietare la presenza degli azzurri ai Giochi di Mosca. Mennea non si scompose: disse al premier Cossiga "mandateci senza inno e senza bandiera, ma lasciateci realizzare il sogno". Gli diedero retta.

Il resto è memoria. La finale all’ombra del Cremlino. Il britannico Wells in fuga. La voce di Paolo Rosi, telecronista Rai, che continua a ripetere come se fosse una preghiera: "recupera, recupera, recupera...ha vinto!".

Una generazione di italiani non ha mai dimenticato quel momento. Curiosamente, dopo altre due partecipazioni ai Giochi, fu proprio Mennea a cambiare idea.

Lo intervistai nella sua nuova dimensione di manager e di colpo mi disse: "L’Olimpiade che amavo non esiste più, c’è troppo business, al limite bisognerebbe tenerla sempre e solo ad Atene, in omaggio al mito della antichità”.

Vabbè. Pietro ha idealmente avuto una sorella, nella sua epopea gloriosa: Sara Simeoni, la divina interprete del salto in alto. Insieme erano i simboli di una atletica leggera popolarissima, che a Los Angeles nel 1984 pote’ contare anche sulla volata elegante di Alberto Cova (anzi, Coooovaaaa, nella narrazione televisiva del già citato, grandissimo Paolo Rosi).

Dopo, ci sono stati i piedi di maratoneti come Gelindo Bordin (Seul 1988) e Stefano Baldini (Atene 2004), eredi capaci di realizzare il sogno incompiuto di Dorando Pietri.

Poi sono arrivate le notti di Tokyo, con Marcellino e Gimbo.