Era già notte fonda, il 9 giugno a Parigi, quando Novak Djokovic riuscì a piegare la resistenza di Matteo Berrettini nei quarti di finale del Roland Garros. Gli ci vollero più di tre ore, nonostante una superiorità netta nei primi due set. Perché il gigante romano, quasi contro ogni pronostico, nel terzo parziale ebbe una gran reazione e vinse 7-6. Il serbo, dopo il punto conclusivo del quarto set, urlò più volte alla luna e alle stelle: aveva scampato un...

Era già notte fonda, il 9 giugno a Parigi, quando Novak Djokovic riuscì a piegare la resistenza di Matteo Berrettini nei quarti di finale del Roland Garros. Gli ci vollero più di tre ore, nonostante una superiorità netta nei primi due set. Perché il gigante romano, quasi contro ogni pronostico, nel terzo parziale ebbe una gran reazione e vinse 7-6. Il serbo, dopo il punto conclusivo del quarto set, urlò più volte alla luna e alle stelle: aveva scampato un grande pericolo.

Posto che la terra rossa non è l’habitat naturale di nessuno dei due (“Nole“ però il torneo parigino o vinse, per la seconda volta, e in semifinale piegò poi persino “Le Roi“ Rafa Nadal...), quanto si è visto un mese dimostra quanto sia in fondo minima la differenza, in campo, tra Matteo e il numero 1 del mondo. E ci fa sperare verso una finale che per noi ha tutto del sogno: i contenuti e anche i contorni.

Djokovic ieri nell’altra semifinale ha battuto in tre set Shapovalov (7-6, 7-5, 7-5), uscito in lacrime, dando fondo a tutta la sua classe. Ora avrà la possibilità di mettere in bacheca il sesto Wimbledon, e il 20esimo titolo Slam eguagliando Federer e Nadal. Difficile che vorrà farsi sfuggire l’occasione. Però Matteo ha un tennis più solido del canadese uscito a testa alta dal Centrale ieri. “Nole“ è il migliore al mondo in risposta, certo, ma qualche crepa ieri l’ha fatta intravedere soprattutto negli scambi prolungati. Berrettini dovrà mettergli sempre pressione, evitando di farlo entrare nella nuvola in cui diventa pressoché imbattibile: quello delle variazioni di ritmo, in cui può far valere la sua elasticità e l’impareggiabile dote di non sbagliare quasi mai.

"Sarà una grande giornata – dice Matteo – spero di andare ancora meglio in finale. Porto con me la bandiera dell’Italia, devo crederci". Non c’è dubbio che lo farà. La sua carriera è stata un inno alla determinazione. Nel 2019 perse malamente da Federer agli ottavi, quasi senza scendere in campo. "Quella partita – dichiara Berrettini – mi ha aiutato a tornare qui oggi". Adesso è un’altra storia, in due anni il mondo si è ribaltato per i noti tragici motivi e pure Matteo ha rivoluzionato il suo. Tanto che domani, entrando sul Centrale, anche quando leggerà la lista dei vincitori di Wimbledon sulla targa, non avrà la minima paura.

Paolo Grilli