Paolo Franci

Mi diverte molto quella corrente di pensiero calcio-socialista che fa fatica a riconoscere – anzi, respinge con energia – quanto e come Ibra, aldilà dei gol a raffica, sia decisivo in questo capolavoro milanista. Un capolavoro che disegna la sfida di vertice più bella e attesa (a Milano, of course) dopo nove anni di dittatura juventina. Per farlo, si chiamano in causa i druidi della statistica, quelli che ti dicono che tizio ha azzeccato il 95% dei passaggi e quindi è per forza il nuovo Pirlo, anche se poi quei passaggi erano in orizzontale e a due metri dal compagno. Dicevo: per mettere sul tavolo la teoria calcio-socialista - spargendo meriti per tutto lo spogliatoio - che vorrebbe disegnare l’Ibra Paradox, il paradosso svedese, si sciorina la numerologia del 2020. E cioè: nell’anno solare il Milan con Ibra ha raccolto 2,18 punti e segnato 2,14 gol a partita. Senza Ibra la media punti sale a 2,33 e quella gol a 2,17. Per quelli dell’etnia pallonara secondo la quale il 95% di passaggi azzeccati tramuta un calciatore mediocre in Messi, questa sfilza di numeretti è una sentenza di Cassazione. Cioè: Ibra è forte per carità, ma se il Milan senza di lui fa più punti allora, forse, è solo schiavo di un meraviglioso incantesimo. Proviamo a dar retta? Sì dai. Però poi ricordiamo – e lo ricordiamo bene – quel Milan che faceva fatica a piazzarsi sul lato sinistro della classifica.

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