Leo Turrini

Ieri, martedì, qui a Tokyo è accaduto qualcosa di clamoroso. Sulla pista dell’atletica, allo stadio olimpico. E no, non sto parlando della stupefacente vittoria di Marcellino Jacobs sui 100 metri, impresa che come sapete ha suscitato la diffidenza degli osservatori anglosassoni.

Sto parlando, invece, di uno dei record più sensazionali di sempre. Un giovane uomo norvegese, Karsten Warholm, è sceso sotto la barriera dei 46 secondi netti nei 400 ostacoli. Il primato già era suo, ma il nordico lo ha abbassato, in un colpo solo!, di settantasei (76!) centesimi. Di più: nella stessa gara, tutti i finalisti (c’era anche l’azzurro Sibilio, ottavo, forse l’unico...normale) sono andati come schegge.

Domanda. Che facciamo, ci crediamo? Perché se, come hanno fatto taluni a proposito di Jacobs, individuiamo nel sospetto l’anticamera della verità, beh, allora l’insidia del dubbio deve valere sempre.

Warholm è un campione straordinario. Ma le sue prestazioni sono oggettivamente...disumane. Almeno, per l’idea del limite che tutti avevamo fino al mese scorso. Tanto che si narrano cose mirabolanti sulle scarpette magiche, sulle virtù della pista qua a Tokyo e bla bla bla.

Per completare il ragionamento: non c’è proporzione, tra il presunto scandalo Warholm e il presunto scandalo Jacobs. È molto, molto più grosso il primo.

Segue dalla prima