Renzo Ulivieri, domani sono ottant’anni. Ma ‘Renzaccio’ si percepisce davvero come un ottuagenario? "Ogni tanto mi capita di riavvolgere il nastro e fare un po’ di conti. Ma nell’arco di una giornata devo fare così tante cose che arrivo a sera e mi accorgo che non mi basta mai il tempo. E son contento che sia così". Lo sa che a ottant’anni si rischia di diventare bisnonni? "A me non garba nemmeno quando i miei nipoti mi chiamano nonno. Il nonno è una figura importante, specie in tempi di pandemia: ma è un mestiere che non ho mai esercitato". Allenatore invece sì: prima panchina nel 1967-68 al San Miniato, la squadra del suo paese. "Avevo 26 anni, diplomato Isef: allenavo, insegnavo educazione fisica a scuola e facevo l’assessore per il Pci in Comune. Con tre deleghe: pubblica istruzione, sport e tempo libero". Quando ha capito...

Renzo Ulivieri, domani sono ottant’anni. Ma ‘Renzaccio’ si percepisce davvero come un ottuagenario?

"Ogni tanto mi capita di riavvolgere il nastro e fare un po’ di conti. Ma nell’arco di una giornata devo fare così tante cose che arrivo a sera e mi accorgo che non mi basta mai il tempo. E son contento che sia così".

Lo sa che a ottant’anni si rischia di diventare bisnonni?

"A me non garba nemmeno quando i miei nipoti mi chiamano nonno. Il nonno è una figura importante, specie in tempi di pandemia: ma è un mestiere che non ho mai esercitato".

Allenatore invece sì: prima panchina nel 1967-68 al San Miniato, la squadra del suo paese.

"Avevo 26 anni, diplomato Isef: allenavo, insegnavo educazione fisica a scuola e facevo l’assessore per il Pci in Comune. Con tre deleghe: pubblica istruzione, sport e tempo libero".

Quando ha capito che il suo mestiere sarebbe stato solo allenare?

"Quando sono arrivato in A sulla panchina del Perugia (1980-81) e ho dovuto mollare l’insegnamento, dopo che negli anni della C mi ero sempre messo in aspettativa".

Le sue piazze del cuore.

"Bologna sta al primo posto, perché sei anni, con quei numeri, sono tanti. Ma non posso dimenticare le stagioni alla Sampdoria, al Modena, al Vicenza, al Parma".

Qual è stata la magia di Bologna?

"L’essere entrato in totale sintonia con la città. Quando a un allenatore succede questo, e hai la fortuna che arrivano i risultati, allenare diventa un divertimento. Perché il calcio è una roba seria, ma se tutto è piatto e monotono diventa una palla".

E invece tra il cappotto di lana amuleto, il busto di Lenin in salotto e la volta che a Roma diede buca al Papa sono stati anni intensi.

"Anni in cui eravamo riusciti a mettere la maglia del Bologna addosso a tutti".

Parla al plurale perché pensa al presidente Gazzoni?

"Gazzoni mi è rimasto nel cuore. Ma arrivare a ottant’anni è anche questo: accorgerti che gli amici, un po’ alla volta, se ne vanno".

Se n’è andato anche il busto di Lenin?

"Sì. Ma le convinzioni che avevo a vent’anni oggi sono ancora più forti. Penso che se fossi vissuto in un mondo più solidale sarei stato meglio. E sarei stato meglio io, perché anche gli altri sarebbero stati meglio".

Che fine ha fatto il cappotto di lana che accompagnò le due promozioni del Bologna?

"Lo conservo in casa e guai a chi me lo tocca. Alle mie ragazze ho detto: se si avesse la fortuna di arrivare all’ultima di campionato a giocarci la salvezza torno a indossarlo".

Le sue ragazze sono le calciatrici del Pontedera, che lei allena in B.

"Stare sul campo mi diverte ancora. Ma gestire delle ragazze è più complicato che gestire i ragazzi: le donne quando s’incazzano sanno essere più dure".

A proposito di ragazzi: gli orfanelli, come li chiamava lei, del suo magico Bologna li sente ancora?

"Abbiamo una chat in cui loro pubblicano i video delle vecchie partite e si rinfacciano simpaticamente gli errori. Comincia Tarozzino (Tarozzi, ndr), il Dema (De Marchi, ndr) gli va dietro, poi interviene Scapolo dall’America, Kennet (Andersson, ndr) dalla Svezia, i due russi (Kolyvanov e Shalimov, ndr): uno spasso".

Chi è stato l’allenatore che ha stravolto il calcio?

"Stefan Kovacs, l’uomo che portò il calcio totale all’Ajax nei primi anni ‘70. Quando andai a studiarlo in Romania presi un sacco di appunti, ma non ci capii molto. Oggi, quando li rileggo, mi rendo conto che era perfino troppo avanti".

E quando nel 2017 a Chicago si fece immortalare col dito medio alzato davanti alla Trump Tower?

"Lo feci per gioco, ma ci avevo indovinato. E oggi ne vado fiero".

A 80 anni sta per ricandidarsi al ruolo di presidente dell’AssoAllenatori.

"Me l’hanno chiesto e ho accettato. Anche perché la mia paura è la noia, l’unico stato d’animo che nella vita non ho mai provato e che mai vorrei provare".

Lei, toscano, non si è mai seduto sulla panchina della Fiorentina.

"Da calciatore ho cominciato lì, poi ho guidato per due stagioni la Primavera viola. Tifo Fiorentina, spero che le cose migliorino e mi sembra che siamo sulla strada giusta. Ma quando sarà il momento di andarmene voglio essere vestito con la tuta del Bologna. Mi dovranno mettere anche il fischietto da allenatore e la bandiera rossa, e poi potrò partire. Ho già organizzato tutto".