Romelu Lukaku, 28 anni, attaccante belga dell’Inter: il Chelsea ha offerto 130 milioni
Romelu Lukaku, 28 anni, attaccante belga dell’Inter: il Chelsea ha offerto 130 milioni
"I conti del calcio erano destinati a scoppiare. Il Covid ha solo accelerato i tempi. Ora l’errore imperdonabile sarebbe non sfruttare la crisi". Marco Bellinazzo, 47 anni, giornalista de Il Sole 24 Ore, esperto di economia dello sport, risponde a QN da Tokyo. Domani si concluderanno le Olimpiadi. E celebrata questa estate sportiva tutta d’oro, il calcio tornerà a regnare come passione popolare, ma con crescente azzardo finanziario e morale. Il mancato rinnovo di Messi al Barcellona e il possibile sacrificio di Lukaku all’Inter descrivono specifiche difficoltà societarie o svelano un pallone irrimediabilmente bucato non solo in Italia? "Raccontano la fragilità del calcio latino che in assenza dei ricavi da stadio a causa della pandemia – fondamentali in Spagna, più bassi ma necessari in Italia – determina un insostenibile...

"I conti del calcio erano destinati a scoppiare. Il Covid ha solo accelerato i tempi. Ora l’errore imperdonabile sarebbe non sfruttare la crisi". Marco Bellinazzo, 47 anni, giornalista de Il Sole 24 Ore, esperto di economia dello sport, risponde a QN da Tokyo. Domani si concluderanno le Olimpiadi. E celebrata questa estate sportiva tutta d’oro, il calcio tornerà a regnare come passione popolare, ma con crescente azzardo finanziario e morale.

Il mancato rinnovo di Messi al Barcellona e il possibile sacrificio di Lukaku all’Inter descrivono specifiche difficoltà societarie o svelano un pallone irrimediabilmente bucato non solo in Italia?

"Raccontano la fragilità del calcio latino che in assenza dei ricavi da stadio a causa della pandemia – fondamentali in Spagna, più bassi ma necessari in Italia – determina un insostenibile squilibrio a tutto vantaggio dei club inglesi e del Psg che vivono senza pensieri finanziari".

Nei bilanci dei club italiani pesano di più ingaggi troppo alti, mancati introiti da stadio o arretratezza industriale?

"Gli ingaggi costituiscono il 70-80% delle spese generali dei club, ma se gli introiti fossero più alti l’incidenza delle remunerazioni sarebbe meno pesante".

Invece i club italiani non crescono.

"Proprio così. Tra il 2009 e il 2019 il fatturato del calcio nell’area Uefa è quasi raddoppiato – da 13 a 24 miliardi. Il fatturato delle società italiane è invece cresciuto di appena il 10%, in linea con il Pil nazionale. Aumentando così il gap".

Come è stato affrontato lo squilibrio?

"Più o meno come negli anni Duemila. Con il calciomercato. Plusvalenze: a volte reali, a volte gonfiate. Ma sempre e comunque operazioni carta contro carta a sostegno dei bilanci. Un gioco pericoloso tra presidenti. Se i miei guadagni di oggi sono i tuoi costi di domani, alla lunga il sistema non regge. E infatti oggi i club di A hanno 4 miliardi di debito lordo. Troppi".

Quali sono le ricette praticabili per uscire dalla crisi evitando una stagione di fallimenti?

"Nell’immediato un taglio del 10-15% del costo di ogni singola rosa. Nel breve periodo, un adeguamento del piano industriale orientato alla massimizzazione dei ricavi. Nel medio periodo, la costruzione di nuovi stadi per i quali la politica non può esimersi dall’assunzione di precise responsabilità. Non è serio che, dopo due anni di schermaglie, a Milano non si sappia se ci sarà un nuovo San Siro. O che a Roma, dopo otto anni, tutto debba ricominciare daccapo. Così non si va da nessuna parte. E se il calcio – vedi vittoria agli Europei – è una risorsa nazionale, lo Stato deve pilotare la transizione. Per dirla con Draghi, fare nuovi stadi sarebbe debito buono".

Sarebbe impossibile altrimenti risalire la china?

"Lo dicono le cifre. Gli introiti da stadio di tutta la A stanno tra i 300 e i 350 milioni, quando un top club estero ne incassa da solo tra 80 e 120. Anche Polonia, Turchia e Russia grazie a una nuova generazione di impianti hanno molto da insegnarci".

Quanto vale la miniera dei diritti tv spremuti e reimpacchettati tra canali tradizionali, new media e diritti esteri?

"Un miliardo e 200 milioni l’anno. E ancora mancano i diritti per i Paesi arabi che il Qatar non ha rinnovato per ragioni geopolitiche. Ma questo tesoro, da solo, non basta. Anche i ricavi da sponsorizzazioni, pari a 6-700 milioni, devono crescere".

Perché, se la serie A è in queste condizioni, gli stranieri fanno a gara per comprare club?

"Offriamo occasioni a sconto. Unici in Europa tra le nazioni di primo livello. È uno shopping mirato, ispirato dalla speranza che il settore possa rilanciarsi. Una necessità finanziaria e non solo. Perché i giovani oggi non hanno rispetto al calcio la stessa capacità di identificazione delle generazioni precedenti. Il progetto Superlega, poi fallito, si proponeva di rinnovare il mito. Adesso questo cedimento prospettico andrà affrontato".

Che campionato vedremo?

"Un torneo di transizione, con gli stadi accessibili al 50% della capienza e con i club impegnati – almeno così auspico – nella definizione di nuovi piani industriali in rapporto ai rispettivi territori e tifoserie. Atalanta e Udinese rappresentano modelli virtuosi dai quali trarre ispirazione".