Roma, 25 novembre 2017 - Il genio vede la giocata prima degli altri. «La missione è ridare centralità alla formazione tecnica, ma anche morale, dei giovani calciatori» con lo scopo di arrivare «a un nuovo sistema di scouting sul territorio e alla rivisitazione dell’attività formativa dei settori giovanili». Firmato Roberto Baggio. Il documento redatto dall’ex Divin Codino - ‘Nuove attività del settore tecnico di Coverciano’- porta una data che fa strabuzzare gli occhi: 10 dicembre 2010. Sette anni fa - sette - lui, il Roby nazionale, aveva proposto una cura per un movimento calcistico uscito pochi mesi prima con le ossa rotte dal mondiale sudafricano: il 24 giugno, irriso dalla Slovacchia, il Lippi-bis finiva con l’onta dell’ultimo posto nel girone; il 2 agosto l’allora n.1 della Figc Abete nominava Baggio a capo del Settore Tecnico. Neanche tre anni dopo, quel rapporto vedeva già i titoli di coda.

«Non mi è stato permesso di lavorare – spiegava l’ex Pallone d’Oro –. Il mio programma di 900 pagine è rimasto lettera morta. Non amo occupare le poltrone, ma fare le cose, quindi a malincuore lascio». Pazienza, dissero dai palazzi del potere, sollevati dall’essersi liberati di un personaggio scomodo, convinti di poter mangiare ancora sui resti del banchetto 2006.

E, invece, pochi mesi dopo, l’Italia di Prandelli si arrendeva all’Uruguay: ancora fuori ai gironi. Toccato il fondo? Macchè, abbiamo scavato fino alla Svezia. Sarebbe servito «mettersi in discussione» quand’era l’ora, conditio sine qua non posta da Baggio in quella prima pagina. Nel suo piano, il ruolo del Settore Tecnico doveva prevedere una supervisione capillare di tutto il territorio: aveva diviso l’Italia in 100 distretti, con 3 allenatori federali ciascuno: obiettivo «visionare 50mila partite l’anno». Fondamentali l’interazione «quotidiana» con i settori giovanili e la creazione di un grande database multimediale: esercitazioni, test e partite filmate e catalogate. Dissero che Baggio aveva pestato i piedi agli altri perché sconfinava troppo dalla sua zona. E’ quello che fanno i geni, ma in Italia i giardini privati hanno staccionate molto alte.

LINEE GUIDA. Al punto 1 del documento bistrattato («quando lo presentammo ci fecero fare 5 ore di anticamera per poi lasciarci parlare 15’»), si evidenziava subito l’esigenza di dotarsi di «strutture sportive adeguate»: «un centinaio» di centri federali, suggeriva. Tavecchio ne ha messi in piedi appena 30, al costo di 9 milioni e per essere sfruttati 3 giorni al mese. Roby aveva studiato un sistema articolatissimo, quasi pignolo: costante raccolta dati, monitoraggio a livello perifico, formazione di istruttori federali che avessero una laurea, un passato professionistico e buone qualità educative. E ancora: creazione di un gruppo di studio permanente (ricercatori federali e stagisti universitari) in costante contatto con gli uomini di campo. Per i ragazzini - manco a dirlo - l’imperativo era il «rapporto con la palla»: e tutti i giovani andavano sottoposti a «test misti», fisici e tecnici, perché «quelli solo fisici sono totalmente avulsi dal contesto di gioco». Il concetto chiave è l’individuazione e la crescita del talento»: indispensabile, visti i tempo, che tutta la filiera fosse «informatizzata». Pagine piene di innovazione. Era il 2010. E già eravamo indietro secoli con la concorrenza.