Un giovane Diego Armando Maradona (Ansa)
Un giovane Diego Armando Maradona (Ansa)

L’ultimo tango di Diego Armando Maradona toglie qualcosa ad ognuno di noi. Se ne va l’idolo estremo e maledetto, ma se ne va soprattutto l’artista supremo, il fenomeno del pallone, il simbolo di quel gioco matto che chiamiamo calcio.
Ah, Diego! Quante righe di giornale, quante immagini da film, quante emozioni da stadio e da televisione. Tanto di tutto, talvolta persino troppo.
Ah, Maradona! Il finale di Novecento scandito dalle sue magie e dalle sue follie. Quei dribbling pazzeschi, arabeschi che partivano dal cuore del monello, perché il Pibe de Oro forse rimase sempre bambino, genio infantile consegnato ad una maturità che intimamente respingeva.

Maradona, storia di un campione totale - di Giuseppe Tassi

Gli scudetti di Napoli, la città che lo scelse come emblema di una rivincita non solo sportiva. E l’incredibile mondiale vinto in Messico con l’Argentina che adorava, nel 1986. Diego era davvero l’eroe dei Due Mondi, era un Garibaldi un po’ pazzo, era il campione sfrenato e senza limiti.

Come si poteva non perdonargli l’esagerazione, non di rado villana, se l’esagerazione era, nel bene, la sua espressione più felice?

Io l’ho visto, come tanti, in ogni dimensione. Magro e irresistibile sul campo, grasso e sfatto fuori. Andai alla Bombonera, lo stadio del suo Boca, per vederlo ancora giocare, tondo e indolente, in una domenica del 1996. Ma fu, ancora e sempre, il migliore del campo.
Maradona, Maradona, Maradona. Non so se sia stato più bravo di Pelé. So che era Dio disceso su un campo di calcio. E lui lo sapeva.

Grazie, Diego.

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