24 mar 2022

L'Italia, Mancini e quel gioco di prestigio durato tre anni

Azzurri fuori dal Mondiale. Ed è come se la sorte avesse deciso di tirare fuori il suo rasoio più affilato per tagliuzzarci da quella fantastica notte di Wembley in poi

paolo franci
Sport
Italy's coach Roberto Mancini reacts at the end of the 2022 World Cup qualifying play-off football match between Italy and North Macedonia, on March 24, 2022 at the Renzo-Barbera stadium in Palermo. (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP)
Roberto Mancini con i giocatori azzurri (Ansa)

Roma, 25 marzo 2022 - Siamo fuori dal Mondiale. Continuo a ripetermelo perché non ci credo mica. E, invece sì, siamo fuori dal Mondiale. Ed è come se la sorte avesse deciso di tirare fuori il suo rasoio più affilato per tagliuzzarci da quella fantastica notte di Wembley in poi. Adesso faremo processi, innalzeremo forche pallonare e ce la prenderemo con tutti, Mancini e la Figc, i giocatori e tutti quei che abitano in via Allegri e nei dintorni. Anche se poi resta il fatto che siamo fuori dal Mondiale perché abbiamo sbagliato due maledettissimi rigori contro la Svizzera che ci hanno catapultato in questo maledettissimo rodeo finale. E lì, eccolo il rasoio affilato che ci tagliuzza, anzi ci taglia fuori dal Qatar, materializzandosi con lo stop e il tiro nell'angolo più buio per Donnarumma di un onesto mestierante del pallone che di nome fa Trajkovski.

Un tiro e uno stop quando c'era ormai solo il tempo per disperarsi e piangere. Per i tanti tiri in porta rimpallati, per quel gol incredibile masticato da Berardi. Per la caccia a un centravanti vero che non sia Immobile – un velociraptor con la Lazio ma un micetto in maglia azzurra con rari lampi da ghepardo – e che Mancini ha cercato col lanternino per quattro lunghi anni, dando chance a chiunque la butti dentro, giovane e vecchio che sia. E quella sorte che ci ha rasoiato lo ha fatto anche quando un giovinotto, Scamacca, l'ennesimo della talent factory del Sassuolo, era forse pronto per cancellare la magagna dei centravanti, tanti, troppi, evaporati dietro all'illusione di esser quelli giusti. Siamo fuori perché abbiamo perso i nostri draghi via via, da Spinazzola a Chiesa, perché Leo e Chiello stanno pagando l’usura delle mille battaglie e perché Barellik e Jorginho e Locatelli e Pessina, a livello di Euro2020 non l’abbiamo più incontrati. 

Italia, Marco Verratti (Ansa)
Italia, Marco Verratti (Ansa)

Le pagelle dell'Italia

E ora vai con l'Italian Paradox e cioè con questa cosa difficile da maneggiare: un ct campione d'Europa e in grado di scrivere epiche imprese ed epici record, che si ritrova al fianco di Gian Piero Ventura, l'uomo che fallì il Mondiale allo spareggio con la Svezia. Si può essere Grandi Vincenti e Grandi Perdenti? Sì, noi italiani che siamo ingegnosi nelle arti abbiamo inventato un altro affresco del pallone, nel quale i cupi colori del fallimento possono fondersi con quelli, ancora freschi, del trionfo. Però, parlando di Mancini e senza sfoderare l'italica ingratitudine, prodotto doc del nostro Paese, sarebbe forse meglio dire Grande Vincente e Grande Sconfitto, perché questo è successo. Perdente proprio no, se hai vinto tanto nei club e hai riportato qui la Coppona europea. Sì, lui, il Mancio nel quale tutti, ma proprio tutti ci siamo specchiati la scorsa estate, è il Grande Sconfitto, illuso lui per primo di poter prolungare la magia con una squadra di talento, ma non eccezionale com'era sembrata, alla resa del conto mondiale. Eppoi ci sono i club che alla Nazionale hanno voltato le spalle. La richiesta c'era stata, chiara e semplice di Gravina: “Rinviate la giornata di Serie A del 20 marzo per darci respiro e tempo di preparare gli spareggi". Niente da fare, nessuna collaborazione.

Campioni d'Europa e sbattuti fuori dal Mondiale mica dal baubau portoghese, Cristiano Ronaldo, ma da una umilissima (nei due sensi, d'approccio e di livello tecnico) Macedonia del Nord qualsiasi. E qui, forse, c'è il nocciolo della vicenda. Mancini ha creato una magica illusione che ha avvolto il Paese. Ci ha convinto con un gioco di prestigio durato oltre tre anni, che si potesse vincere anche con ragazzini e giocatori inesperti che non giocano le coppe o le frequentano poco e con magnifici talenti non di squadre d'alto bordo, basta che c'è il talento. Tutt'attorno però, i nostri club finivano fuori dalle coppe messi fuori, come capitato alla Juve - la nostra Big da Champions per eccellenza – da Porto, Lione o Villarreal. Nel calcio europeo siamo ormai damigelle, non più principesse e men che meno regine. E questa Nazionale l'abbiamo amata visceralmente perché oltre ad alzare quella straordinaria Coppa, ci ha fatto credere che ci eravamo sbagliati e che il nostro pallone fosse ancora scintillante e gonfio come quello dei grandi pianeti del pallone, dalla Spagna, all'Inghilterra, alla Germania. E invece, anche con l'azzurro torniamo sulla terra, in lacrime. E questa è la cosa che fa più male. Maledettamente male.

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