Gigi Radice (foto d'achivio Ansa)
Gigi Radice (foto d'achivio Ansa)

Roma, 7 dicembre 2018 - Il mondo dello sport intero piange Gigi Radice, l'allenatore dagli occhi di ghiaccio, uno dei maestri del calcio italiano protagonista sulle panchine di mezza serie A. E' morto oggi, dopo una lunga malattia, all'età di 83 anni. E' stato il tecnico dell'ultimo scudetto del Torino, nel 1976, l'unico tricolore cucito sul petto dai granata dopo la tragedia di Superga.  Tra i tecnici più innovativi della sua epoca, ha guidato anche Inter, Milan, Bologna, Roma e Fiorentina. E' stato tra i promotori del pressing a tutto campo, tattica di gioco poi adottata dai suoi illustri successori.

LA CARRIERA - Difensore roccioso, fu tra i protagonisti dello scudetto del Milan nel 1961-62 e della Coppa dei Campioni l'anno dopo. Coi rossoneri vinse tre scudetti. Appese le scarpe al chiodo, dopo aver collezionato anche 5 presenze in Nazionale, aprì la sua seconda vita calcistica da allenatore. Fu lui a portare in Italia il calcio totale nato in Olanda e che trovava in Johan Cruyff il suo emblema.  Prima il Monza, poi il Treviso, ancora il Monza, Cesena, Fiorentina, Cagliari e quindi il Torino, dove vinse quello storico tricolore nel 1976. Salvadori, Zaccarelli, capitan Claudio Sala, Pecci, Pulici e Ciccio Graziani erano solo alcune delle frecce al suo arco. "Il mantra era 'noi non siamo qui per prendere in giro la gente ma dobbiamo offrire un calcio bello e divertente'", raccontano i suoi 'ragazzi in Gigi Radice. Il calciatore, l'allenatore, l'uomo dagli occhi di ghiaccio', il libro che racconta la sua storia scritto da Francesco Bramardo e Gino Strippoli, presentato solo poche settimane fa.

Quindi, nel 1980-81, il passaggio al Bologna nella stagione dove i rossoblù partivano a handicap (-5 punti in classifica) in seguito alla penalizzazione per lo scandalo 'Totonero'. Radice guidò Colomba e compagni verso un sorprendente settimo posto finale. Poi Milan, Bari, Inter, il ritorno al Torino, Roma, e ancora Bologna (stagione sfortunata, conclusa con la retrocessione in Serie B, ma anche con i quarti di finale di Coppa Uefa dove fu eliminato dallo Sporting Lisbona). Nel 1992 guidò la Fiorentina alla salvezza, l'anno successivo fu esonerato dopo un ottimo inizio, il pesante ko in casa col Milan (3-7) e la sconfitta con l'Atalanta. La sua panchina saltò dopo un accesa lite con l'allora vicepresidente Vittorio Cecchi Gori che confermò il suo esonero in diretta al Processo del Lunedì. Poi Cagliari, Genoa e ancora il Monza come ultima panchina nel 1996-97.

Fu la sua ultima avventura, poi i primi sintomi della malattia, quel mostro chiamato Alzheimer con cui ha combuttato fino a poche ore fa. 

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