Gianluca Vialli e Roberto Mancini: micidiali con la Samp, meno in Nazionale
Gianluca Vialli e Roberto Mancini: micidiali con la Samp, meno in Nazionale

È stata una relazione complicata. Si può impiegare una formula in stile social per descrivere il rapporto fra il Roberto Mancini calciatore e la Nazionale. L’attuale commissario tecnico, chiuso in parte da stelle come Roberto Baggio e Gianfranco Zola ma anche protagonista, per sua stessa ammissione, di scontri con i ct che si alternarono sulla panchina azzurra, ha raggranellato “solo” 36 presenze e 4 reti. Poco per un talento come lui. Il momento di massimo fulgore – ma anche il nadir, volendo - dell’allora Bobby Gol con la maglia dell’Italia coincise proprio con un campionato europeo, quello del 1988 disputato in quella che all’epoca era ancora la Germania Ovest, terminato con la vittoria dell’Olanda del trio rossonero Gullit-Van Basten-Rijkaard. 

La marcia di avvicinamento

L’Italia che arriva all’Europeo 1988 è una squadra a metà del guado. Reduce dal fallimento mondiale del 1986, quando il “vecio” Enzo Bearzot non se la sentì di “tradire” il blocco che aveva regalato al Paese la gioia di Spagna ’82, la Nazionale è stata affidata ad Azeglio Vicini, ultimo commissario tecnico della schiatta che formò il suo curriculum nelle selezioni della Figc. L’orizzonte, in qualche modo, è puntato già sull’appuntamento con il Mondiale di casa del 1990. Per molti dei convocati l’Europeo tedesco è il debutto in una competizione internazionale per squadre nazionali. Fra gli esordienti c’è proprio il “Mancio”, ormai giocatore affermato, che va a ricomporre in azzurro il tandem blucerchiato con Gianluca Vialli, i cosiddetti Gemelli del gol che porteranno la Sampdoria a conquistare uno storico scudetto nel 1991.

L’avvicinamento è burrascoso. E data addirittura al 1987, quando l’attaccante nato a Jesi rilascia una dichiarazione malaccorta. Dopo un Atalanta-Sampdoria di gennaio, infatti, Mancini, parlando con i giornalisti, si lascia sfuggire che “i tifosi, anziché picchiarsi tra loro, dovrebbero invadere il campo e suonarle a certi arbitri”. Apriti cielo. L’allora presidente Franco Carraro, ispiratore di un codice comportamentale per i giocatori azzurri, chiede la testa di Mancini. Azeglio Vicini ne prende le difese e lo convoca per le ultime partite del girone di qualificazione, inserendolo successivamente nella rosa per la spedizione in Germania Ovest. 

Gol e polemiche

L’Italia debutta contro i padroni di casa, fra i favoriti del torneo. Gli azzurri scendono in campo senza timori reverenziali e se la giocano alla pari. Dopo un primo tempo terminato senza reti Roberto Donadoni, guizzante ala del Milan, anche lui con un futuro da commissario tecnico azzurro, recupera una palla sulla tre quarti e vede Bobby Gol inserirsi in area da destra. Mancini raccoglie il cross radente e lascia partire un tiro precisissimo che s’infila alla sinistra del portiere tedesco Immel.

Segnato il gol, l’attaccante doriano, inseguito dai compagni, punta di corsa verso gli spalti, indicando la tribuna stampa e urlando tutta la sua gioia rabbiosa. Ce l’ha con i giornalisti rei, a suo dire, di aver ecceduto con le critiche nei suoi confronti, per una presunta differenza di rendimento fra squadra di club e Nazionale. Nel dopo partita Mancini cercherà, senza troppo successo, di smorzare i toni. “Questo gol è stata una liberazione – dice – ma io non me la sono presa con nessuno e non ho fatto gestacci”. Qualche anno dopo è il “gemello” Vialli a smentire, con il sorriso, questa versione, durante il programma tv Sfide. “Arrivò la corsa verso la tribuna e il gesto verso i giornalisti. Tutti lo volevano abbracciare, ma lui li spingeva. Doveva prima regolare i conti con i giornalisti”. Il vantaggio azzurro dura poco. Qualche minuto dopo Andreas Brehme, il terzino appena passato dal Bayern Monaco all’Inter, pareggia i conti. L’1-1 con i padroni di casa, però, convince l’Italia che si può giocare un grande Europeo. 

Tripletta…di sostituzioni

Mancini giocherà tutte le rimanenti tre partite della competizione, le due vittorie nel girone eliminatorio contro Spagna e Danimarca e la semifinale persa 2-0 nel pantano di Stoccarda contro l’Urss del colonnello Lobanovski. Non riuscirà ad andare a segno, anzi confermerà – almeno in parte – le sue difficoltà in maglia azzurra, venendo sostituito in tutti e tre i match. Non incide nemmeno nella semifinale contro l’Urss. Già nel primo tempo i sovietici si rivelano in tutto e per tutto superiori all’Italia e, al rientro, Vicini decide di lasciare negli spogliatoi il “Mancio”, rimpiazzandolo con Altobelli, nel tentativo di aggiungere peso all’attacco. Non serve. L’Armata Rossa concretizza la sua supremazia con le reti di Litovchenko e Protasov. Gli azzurri tornano a casa e non manca qualche polemica sulla scarsa vena realizzativa della coppia Vialli-Mancini.

Negli anni successivi il futuro allenatore di Fiorentina, Lazio e Inter, fra le altre, perde il posto di titolare a favore del romanista Giuseppe Giannini, meno portato alla realizzazione e più ragionatore di centrocampo. Viene comunque convocato per il Mondiale del 1990 in Italia: non giocherà un minuto. Con Arrigo Sacchi, che in qualche occasione lo schiera nel ruolo, anomalo per lui, di centravanti,  c’è un breve ritorno di fiamma fra Bobby Gol e la Nazionale. Mancini segna tre reti nel girone di qualificazione di Usa ’94, una doppietta con Malta e una stoccata all’Estonia, ma non entra nella rosa della squadra che arriverà a giocarsi la finale iridata con il Brasile.

Il suo ultimo match in azzurro è un’amichevole persa contro la Germania in cui, tanto per cambiare, viene sostituito alla fine del primo tempo. Si accende lo scontro con il guru di Fusignano, che gli ha subito chiarito di considerarlo “la riserva di Baggio”. Mancini attacca Sacchi e, in sostanza, gli chiede di non convocarlo più. Arrigo non si fa pregare. Addio Nazionale. Successivamente lo stesso attaccante ammetterà di aver fatto “una cretinata enorme. In quel Mondiale; fra infortuni, squalifiche e il grande caldo, avrei giocato moltissimo”.