E' un'Italia che non fa più l'Italia, quella costruita da Roberto Mancini. Che costringe gli avversari a difendersi e affidarsi al contropiede, quel "catenaccio" che ora non sembra più il marchio di fabbrica azzurro. Merito di una squadra che gioca, attacca, vince e diverte. E soprattutto sembra ottimista per vocazione. Il cuore è un centrocampo che vede due direttori d'orchestra, la coppia Jorginho-Verratti, chiamati a dettare i tempi di gioco e un incursore-guastatore, Nicolò Barella. Nella conferenza-stampa di ieri lui li ha definiti "due fenomeni: sanno gestire la palla e hanno una tecnica incredibile". Eppure anche Nick non scherza: i suoi inserimenti da dietro mandano in panico le difese avversarie, come quella del Belgio che ha pure castigato con un gol da attaccante vero. A stupire è soprattutto la personalità come quando confessa di "amare le responsabilità". A ventriquattro anni Barella ha già tre figlie, l'ultima nata proprio quest'anno e anzi si dice che con la moglie Federica, sarda come lui,  pensino ad allargare la truppa. Per ora infatti l'unico altro maschio di famiglia è il cane LeBron, un amstaff, battezzato come l’idolo di Nicolò. Un’altra passione di Barella è quella per i vini che ama collezionare come un vecchio signore che si gode la pensione. Si dice che abbia una cantina molto fornita che conta oltre 500 etichette. C'era un altro uomo di calcio che amava così tanto il vino da aprire nel 1973 un'azienda agricola nel Monferrato quando ancora era in piena attività. Era Niels Liedholm, che però all'epoca aveva già superato i cinquanta con un profilo da genleman compassato. Nicolò di anni ne ha solo 24 ma tra i suoi (rarissimi) post spiccano le feste di compleanno delle sue principesse o le pennichelle sul divano con LeBron. Sembra l'antitesi del giovane "bamboccione" ma anche del calciatore tutto disco, Veline e play-station. Trasmette semplicità e questo lo rende ancora più simpatico.