di Leo Turrini L’Urlo. Di Munch, per chi anche distrattamente ha dedicato un minimo di attenzione all’arte. Oppure l’Urlo, muto, di Al Pacino, nei panni di Michael Corleone, quando sotto i suoi occhi viene assassinata la figlia, nel finale cinematografico del Padrino numero 3. L’Urlo, nel calcio, rimanda alla scena, anche quella degna del ciak di un regista come Francis Ford Coppola, del Tardelli scatenato, eroe azzurro in una notte Mundial, 11 luglio del 1982 e chissà se la coincidenza della data vale, indica, allude. L’Urlo, quando ancora la Nazionale di Roberto Mancini era una ipotesi di gloria, è stato...

di Leo Turrini

L’Urlo. Di Munch, per chi anche distrattamente ha dedicato un minimo di attenzione all’arte. Oppure l’Urlo, muto, di Al Pacino, nei panni di Michael Corleone, quando sotto i suoi occhi viene assassinata la figlia, nel finale cinematografico del Padrino numero 3.

L’Urlo, nel calcio, rimanda alla scena, anche quella degna del ciak di un regista come Francis Ford Coppola, del Tardelli scatenato, eroe azzurro in una notte Mundial, 11 luglio del 1982 e chissà se la coincidenza della data vale, indica, allude.

L’Urlo, quando ancora la Nazionale di Roberto Mancini era una ipotesi di gloria, è stato scomodato per un gol del sassolese Locatelli. Ma stavamo ancora ai gironi e le partite da brivido ci attendevano dietro l’angolo.

Dopo di che. Dopo di che, per una curiosa sovrapposizione di somiglianze agonistiche e...acustiche, è arrivato Nicolino Barella. L’interista.

Cioè il giocatore che la critica pallonara non di rado accosta a chi? Ma a lui, al Marco Tardelli che dell’Urlo di Munch si fece interprete nel momento più alto della carriera. Una finale iridata per Marco, la palla che gira tra Bergomi e Scirea, il temerario Schizzo che attende l’appuntamento con la gloria e infine scarica giorni, mesi, anni di tensione in un gol che è, soprattutto, il prologo. Dell’Urlo.

Tornando a Barella, l’Europeo del nerazzurro è stato talvolta accompagnato da rimostranze che erano figlie delle bellissime cose che il centrocampista aveva palesato durante l’ultima stagione interista. Il Barella visto alle dipendenze di Antonio Conte meritava l’etichetta di fuoriclasse assoluto… Solo che, in maglia azzurra non è automatico replicare le prestazioni della serie A.

Cambia il contesto, è diverso il palcoscenico. Cambiano i compagni di squadra, sono nuove le distanze ed i riferimenti in campo, bisogna prenderci misura: anche perchè in mezzo al campo si gioca il destino di quasi tutte le partite. Però, Conte non è uno largo di giudizi: se per Nicolino ha profuso tanti complimenti, se quel centrocampo gli ha garantito tante vittorie ed uno scudetto, qualche motivo ci deve pur essere. Ed infatti c’è.

Alla fine della fiera, o quasi, Barella deve essersi ricordato dell’Urlo, a metà strada fra Munch e Tardelli.

Contro il Belgio di Romelu Lukaku, fratello in nerazzurro, il piccolo motorino sardo ha emesso un rombo potentissimo. Fin qui, è quello il gol più bello dell’Italia manciniana. Non solo il più bello. Il Belgio è stato il crocevia tra la speranza e la grandezza, il timbro sulla forza della squadra dopo le prime partite sulla carta più accessibili, il momento in cui le cose improvvisamente cambiano. Lì non si poteva fare un golletto su una deviazione o un autogol o un rigore: lì passava un pezzo importante di storia e andava onorata. E qui entra in scena Barella.

Una prodezza che sommava estro e astuzia, finezza e potenza. Un gesto liberatorio, uno sfogo di talento, un boato pescato in fondo alla gola e da lì spedito a rimbombare nei cieli stellati di Van Gogh, come avrebbe detto il compagno Pessina.

L’Urlo. Di Munch. Di Tardelli. Di Barella...