Paolo Di Canio, una delle voci più apprezzate di Sky Sport
Paolo Di Canio, una delle voci più apprezzate di Sky Sport

Milano, 18 settembre 2020 - Paolo Di Canio, come definirebbe la scelta della Juventus con Andrea Pirlo?
«La più pericolosa, ma anche la più affascinante. Dobbiamo essere onesti e dire che quando c’è stato l’annuncio tutti abbiamo pensato in modo genuino e istintivo: ’Ma cosa stanno combinando?’. Poi mi fermo un attimo e rifletto: mi fido della Juve, perché dietro una scelta così c’è Agnelli, ci sono le persone che stanno scrivendo un pezzo di storia del calcio italiano. Quindi mi devo fidare per forza».
Quanto può pesare, però, non essersi mai seduti prima su una panchina?
«Ho sentito fare molte analogie con Guardiola, ma attenzione: magari diventa il nuovo Guardiola, però Pep allenava già, aveva fatto la cantera del Barcellona. Pirlo viene dal nulla ed era stato preso per l’Under 23. Il punto non è avere un’idea di calcio. Puoi averla, ma poi contano altri fattori e qui vedo non una, ma diverse incognite: trasmettere il proprio credo, saper gestire i momenti caldi della stagione, avere un bagaglio di scelte per far credere ai giocatori in ciò che si fa, interagire con campioni della tua stessa età. Conosco Andrea: è un ragazzo fantastico, posato, professionale, ma non posso sapere come sarà nell’approccio con tutte queste problematiche. Dovesse partire male, tutto si complicherebbe: ricordiamoci che alla Juve sei obbligato a vincere. Poi, certo, avrà alle spalle una società che gli farà da ’tutor’, i vecchi compagni lo aiuteranno».
Insomma quella protezione dall’ambiente bianconero che non è stata riservata a Sarri...
«Credo che la colpa sia un cinquanta e cinquanta: lui ha accettato una squadra con giocatori inadatti al suo calcio, pressing alto, scambi veloci; ma anche la società sapeva chi stava prendendo come tecnico. Al Chelsea s’era adattato avendo gente come Hazard che tocca la palla per dieci secondi di fila: ha impostato un calcio di ripartenza e ha vinto l’Europa League. Ma a Torino era diverso: qui gli chiedevano qualcosa in più, vincere e dominare in campo. Quando ha provato a convincere i giocatori a seguirlo, i rapporti con loro si erano già deteriorati...».
Provocazione: non è che avere un solista come Ronaldo può diventare un limite per dominare in Europa?
«Accetto la provocazione e rispondo di sì. Chiariamoci: Cristiano mi fa impazzire. Ma io non sono tra quelli che dicono ’Ronaldo non sarà mai un limite’. Perché invecchiano tutti e perché non puoi giocare sempre con lo stesso spartito: se prende palla, lui ormai tende sempre a iniziare l’azione e a volerla finire. Se il portoghese è troppo marcato e Dybala non è in giornata, non c’è nessuno che possa risolverla. In Italia così puoi vincere, in Europa no. Lo dicono i numeri che la Juventus non sarebbe potuta arrivare in fondo in Champions».
C’è arrivato il Bayern infatti.
«E’ una squadra legata bene, che sa giocare da dietro, che sa dividere le porzioni di campo: ha qualità individuali sopra la media in tutti i reparti. Alla Juve, invece, c’è una falla a centrocampo, mancano gol e assist: in quattro-cinque interpreti non sono arrivati a dieci reti. Rabiot un gol, Bentancur e Matuidi pure, l’unico è Ramsey con quattro: arriva spesso in area, e difatti con la metà dei minuti dei compagni ha segnato più degli altri messi insieme, ma ha il limite degli infortuni».
McKennie e Kulusevski sono gli innesti giusti?
«L’americano ha dinamismo, è un moto perpetuo, un applicato: ma dico che è un’incognita visto che non conosco il calcio di Pirlo. Forse lo svedese può avere un ruolo da subito, ha grande talento, ma viene dal Parma dove puoi prenderti le pause che vuoi: alla Juve ti chiedono di vincere, devi fare dieci-dodici partite di fila al top e puoi concederti al massimo un minuto-no».
Nei dilemmi bianconeri, può inserirsi l’Inter? 
«Deve. Stavolta Conte parte assolutamente alla pari della Juve. Gli hanno preso i giocatori che voleva e mandato via quelli indesiderati. I bianconeri, invece, hanno tante incognite - Pirlo, lo staff giovane, un mercato fatto sui ragazzi -, e all’inizio potrebbero pagare dazio. I nerazzurri hanno più certezze. A bocce ferme, per le premesse che ci sono, l’Inter deve pensare che forse ha qualcosina in più».
C’è il rischio che gli scontri tra Conte e la società abbiano lasciato delle scorie?
«Assolutamente sì. Su un pantalone strappato, la cucitura si vede lo stesso. Forse con questa strategia, lui ci ha guadagnato qualcosa, ha avuto i giocatori che voleva. Ma per il resto, no: a livello mondiale non puoi dire che i tuoi dirigenti sono degli incapaci, non te lo puoi permettere con aziende di questo spessore. Penso che, senza l’Europa League, a fine campionato si sarebbero divisi. Ma Antonio lo amiamo anche così, per carità: io sono più incazzoso di lui. Tante volte mi son detto: Paolo, quella cosa non dovevi dirla, era uno sfogo fine a se stesso».
Ci possiamo aspettare un Conte diverso?
«Ognuno fa quello che crede: lui è molto attento agli altri, a quelli che hanno di più e fanno di più, tant’è vero che nomina sempre la Juve. Ma non regge più la storia per cui l’Inter non è obbligata a vincere. Se quest’anno Conte non vince nulla, non dico sarebbe un fallimento, ma avrebbe perso una grande occasione. Sei Conte e proprio perché vediamo in te un vincente, ci aspettiamo che vinci. Barella ha un anno di esperienza in più, Sensi pure, hanno fatto una finale d’Europa League: ora devi salire un gradino, vincere, anche fosse la Coppa Italia. E devi andare avanti in Champions»,
Lukaku è stato il grande protagonista della scorsa stagione con 34 gol: può fare di più?
«E’ un gran bel giocatore, chiariamo subito. Per il progetto di Conte è perfetto. Ma per diventare un top player deve salire un altro step, caratteriale. L’ho seguito per sette anni in Premier, lo conosco bene. E’ un ragazzo meraviglioso, educato e buono, anche troppo: se mettesse il dieci per cento di cattiveria di un Diego Costa farebbe sfaceli. Invece Romelu è devastante contro squadre di medio livello, ma soffre se si alza la posta».
Come se lo spiega?
«Perché intanto con i difensori di squadre top tocchi meno palloni: se giochi contro Bonucci o Chiellini è diverso, ti danno quella spallata prima che ti manda fuori. Quando lo prese l’Inter, dissi: vedrete farà più gol che in Inghilterra, doppiette su doppiette, ma faticherà contro le big. Puntualmente confermato: doppietta contro una piccola due giorni prima, arriva la partitissima e non la prende mai; due giorni dopo, avversario medio, altri gol. Prendiamo le sfide contro le prime cinque: Juve, Lazio, Atalanta e Roma, otto gare, un gol su rigore, ai giallorossi. Dicono che per lui parlano i numeri? Anche questi sono numeri. In Champions, sbaglia due palle facili nella gara-chiave col Barça. In semifinale d’Europa League con lo Shakhtar segna il 4-0 e il 5-0, in finale parte bene, poi sbaglia il gol del 3-2. Ripeto: è un signor attaccante, ma per essere grande tra i grandi ci vuole qualcosa in più in questi momenti e meno prima. Stiamo parlando di élite, non di giocatori normali...».
E dov’è finito l’Eriksen del Tottenham?
«Non gioca più nel Tottenham. L’Inter lo voleva e lui voleva andare, ma è la squadra meno giusta per lui. I meccanismi erano già oleati, lui non ha un posto: se lo piazzi tra le linee, gli spazi si affollano per Lukaku e Martinez. Conte lavora sulla squadra nell’insieme. Dico per assurdo: se gli proponessero Messi, non lo vorrebbe, perché se vince, vince Messi, ma se perde, perde Conte. Non a caso, Antonio ama lavorare con grandi squadre che devono rifondare: il suo scopo è fare meglio di chi c’era prima, poi se vince pure meglio. Ma, come tutti i grandi del calcio, non vuole gente che gli tolga la luce».
Il contrario di Pioli che ci sta benissimo all’ombra di Ibrahimovic...
«Il Milan ha fatto bene a confermare Zlatan: mancava un trascinatore, avevano tutti paura. Lui sarà ancora protagonista, però ha 39 anni: prima o poi gli altri dovranno crescere da soli».
A cominciare da Tonali.
«Ottimo acquisto, si vedeva al Brescia che era uno superiore alla media. Poi è un milanista, il che non fa mai male».
Il Milan è davvero quello del post-lockdown?
«Quel calcio era un’incognita per tutti, quindi i valori sono reali, nel bene e nel male. Pioli ha dato un’identità vera, un calcio armonico. Sarà una lotta Champions apertissima: l’Atalanta riparte meglio di tutto, è quella più collaudata. Il Napoli è da vedere, la Roma è un grande punto di domanda. Col mercato che ha fatto, il Milan deve stare in alto, almeno alla pari della Lazio».




























di Gianmarco Marchini