Luigi Di Biagio in campo con l'Italia under 21 (Ansa)
Luigi Di Biagio in campo con l'Italia under 21 (Ansa)

Zola Predosa (Bologna), 25 giugno 2019 - Depenna la parola 'fallimento' come marchio di fabbrica di questi Europei. Rivendica con orgoglio il lavoro fatto nei suoi sei anni alla guida degli azzurrini. Ringrazia chi ha avuto fiducia in lui e adesso si candida alla guida di una squadra di club.

Gigi Di Biagio, aver mancato in un colpo solo le semifinali e i Giochi di Tokyo non è un fallimento?

“Bisogna scindere le cose. Se il mio obiettivo era rilanciare il calcio italiano, consegnare tanti ragazzi alla Nazionale maggiore e far sì che la nostra Under 21 riuscisse a competere con le big, allora ho fatto un ottimo lavoro e mi do un voto altissimo”.

L'altra faccia della medaglia è il flop a questi Europei.

“Ma non parlerò mai di fallimento. Fallimento è quando la tua squadra viene messa sotto, quando non vinci una partita, quando non tiri mai in porta: l'esatto contrario di quello che ha fatto l'Italia in questi Europei”.

Il risultato, però...

“Quella è la nota dolente: non essermi qualificato per le semifinali non mi fa essere contento”.

Si rimprovera qualcosa per non aver centrato l'obiettivo?

“Sinceramente no: rifarei le scelte che ho fatto. Anche perché la mia squadra ha sempre fatto la partita, a parte i primi venti minuti con la Spagna e il secondo tempo un po' caotico con la Polonia. Nei miei confronti oggi ho letto alcune critiche dettate dalla malafede”.

Quanto le brucia il 'biscotto' tra Francia e Romania che ci ha condannati all'eliminazione?

“Se siamo arrivati a questa situazione la colpa è solo nostra: nei casini ci siamo messi da soli. Non cerchiamo alibi”.

Lei invece dal primo luglio si potrà cercare una squadra.

“Sì, la mia esperienza con la Federazione finisce qui: ora mi metto sul mercato. Proposte di club in passato me ne sono arrivate, anche di recente, tra febbraio e marzo: ma non ho nemmeno voluto ascoltarle”.

Ringraziamenti?

“A tante persone. Penso a Sacchi, Albertini, Abete, Viscidi, che mi hanno consentito di fare questa esperienza azzurra incredibile, in cui ho sempre messo tanta passione. Ringrazio anche quegli allenatori di club che puntano sui giovani: nomi non ne faccio, ma loro sanno a chi mi riferisco. In un campionato in cui gioca solo un italiano su tre, dare spazio ai giovani è una scelta preziosa”.

Ci sono giovani che sanno stare in un gruppo e altri che fanno più fatica: vedi Kean e Zaniolo.

“Hanno sbagliato, ma hanno chiesto subito scusa. Punirli per me è stato come punire due miei figli. Il presidente federale Gravina e Roberto Mancini erano al corrente delle mie scelte: quello che mi hanno detto un giorno ve lo racconterò...”.

E' vero che lei avrebbe lasciato comunque la panchina dell'Under, a prescindere dall'esito di questi Europei?

“Al 99 per cento sì, perché dopo aver fatto un grande lavoro non mi sentivo più stimolato. L'un per cento è uno spiraglio che mi tenevo aperto, perché andare alle Olimpiadi sarebbe stata una bella esperienza”.

Che cosa lascia a chi verrà dopo di lei?

“Il cambio di mentalità dei nostri giocatori, la loro crescita: un grande lavoro che abbiamo fatto insieme agli staff dell'Under 20 e della Nazionale maggiore”.

Se potesse dare un consiglio alla Federcalcio per individuare il suo successore...

“Visti i miei principi di gioco direi Pep Guardiola (detto col sorriso, ndr)”.

Chi vincerà questi Europei?

“Prevedo una finale Germania-Spagna, due squadre che all'inizio, insieme a noi, misi tra le cinque favorite”.

Appunto: perché noi non ci siamo?

“Evidentemente ci è mancato qualcosa. Tirare tanto in porta, come abbiamo fatto con la Polonia, e non essere riusciti a fare gol è una colpa. Ma il fallimento è altro”.

Resta il fatto che in tre fasi finali dell'Europeo lei non è mai andato oltre le semifinali.

“Far giocar bene la propria squadra e non riuscire a vincere, com'è successo in larga parte di tutte le partite della mia gestione, è un limite. Forse sono io che devo mettermi in discussione e fare un salto di qualità”.

Le parole più belle che in questi sei anni le ha detto uno dei suoi ragazzi?

“Più di uno mi ha detto: 'Mister, se non era per lei io in serie A non ci avrei mai giocato'. Parlo di quei ragazzi che ho convocato e fatto giocare anche se nei loro club non trovavano spazio. Quelle sono le soddisfazioni più belle: le cose che ti restano dentro”.