Carlo Verdone allo stadio per assistere a una partita della Roma (Lapresse)
Carlo Verdone allo stadio per assistere a una partita della Roma (Lapresse)

La rivolta dei tifosi sui social è il segno del travolgente affetto nei confronti di Daniele De Rossi. La Roma, ieri mattina con un tweet, aveva comunicato che poche ore dopo l’icona romanista avrebbe spiegato alla stampa il divorzio dalla Roma. E lo ha fatto con dignità e il dolore per aver ricevuto "zero chiamate in 10 mesi". Un distacco voluto dall’azienda Roma, così come si è definita ieri: "Avrei voluto giocare ancora qui, ma sono loro che non vogliono", ha detto il quasi 36enne De Rossi.

Roma, 15 maggio 2019 - "È un grande dispiacere, un dolore pensare a Daniele De Rossi che lascia la Roma. Per tanti motivi", dice Carlo Verdone, raggiunto al telefono mentre sta finendo le prove costumi del prossimo film. "E la depressione per la squadra si unisce, in me, alla depressione per la città, per le sue condizioni. Qualche ora fa, per colpa di una delle voragini – non le chiamo buche – che si aprono nell’asfalto, stavo per ammazzarmi con lo scooter". 

"Ma parliamo di Daniele, visto che oggi è la notizia che travolge tutti i siti, e i cuori di tutti i tifosi", continua. "Dispiace per la qualità tecnica del giocatore, per tutto quello che Daniele rappresenta, per il piglio e il cuore che ha sempre messo in campo; per l’agonismo, la forza, la tenacia che sono andate sempre insieme alla sua visione di gioco. De Rossi era l’ultimo romano romanista. Era essenziale, anche simbolicamente, in una squadra che ancora, psicologicamente, patisce l’assenza di Totti. E rappresenta in qualche modo l’anima di una città che va sparendo, a prescindere dal colore della maglia".

Anche questa stagione, per la Roma, bene ma non benissimo. 

"Sì. I tifosi romanisti hanno vissuto grandi speranze, grandi entusiasmi. Poi succede sempre qualcosa, il sogno si interrompe. E resta il rimpianto per qualcosa che poteva essere e non è stato. È lo stesso destino di questa nostra città così maltrattata". 

Che cosa significa questo addio? Sembra una metafora.

"Roma e la Roma viaggiano in simbiosi. Il cittadino e il tifoso vogliono la stessa cosa: chiedono la reale volontà di costruire una Capitale e una squadra forte. De Rossi rappresentava il senso dell’identità. Un grande combattente. Ma non è più epoca di gladiatori, evidentemente. E così ci ritroviamo assediati dai barbari". 

Ha parlato di depressione per la città. Non è un momento felice...

"Beh, lo hanno già sottolineato in tanti, ma basta pensare a come sono ridotti i trasporti. Fino a pochi giorni fa, la linea metropolitana che passa dal centro – la linea A – aveva tre fermate chiuse: da Stazione Termini a Flaminio no stop, in sette minuti, sembrava la Tav. La metropolitana è in crisi, e non è una cosa da poco per una capitale europea. Ieri avevo il consiglio di amministrazione del Centro sperimentale di cinematografia: dovevo andare a Cinecittà. Quasi quasi prendo la metro, mi sono detto. Poi ho letto cose inquietanti e all’ultimo momento sono salito in macchina. L’avessi mai fatto! Autobus che si rompe sulla via Appia, una coda di sei chilometri… Qui non funziona più niente". 

Non è normale, dice, per l’ombelico d’Europa.

"Eh no. Anche adesso, tornando a casa in moto, stavo per ammazzarmi. Lo porterò a forza, l’addetto comunale, a vedere che razza di buca c’è: in curva, in salita verso il Quirinale, in via IV Novembre. Le strade sono il biglietto da visita di una città, sono la condizione minima, il suo sistema vitale". 

Non vede un progetto?

"Non lo so. Ma con tutte le tasse che paghiamo, perché le tasse le paghiamo, non vedo una città dignitosa, funzionale, sicura. Non c’è un orizzonte, un programma".

E fra poco non ci sarà più neppure il Capitan Futuro.

"Prima Totti, ora De Rossi. Addio bandiere: noi ce l’avevamo e le abbiamo ammainate. Roma rimane sempre più sola".