Dario Hubner col Piacenza vinse nel 2002 la classifica cannonieri
Dario Hubner col Piacenza vinse nel 2002 la classifica cannonieri

Crema, 8 marzo 2020 - A quattordici anni montava finestre, non sapendo che la fortuna sarebbe passata dentro una porta. Da calcio. “Sui palazzi vecchi di Trieste, l’ascensore non c’era: facevo tutte le scale portando infissi da cinquanta-sessanta chili. Gli anni da fabbro sono stati molto gratificanti: ho imparato a conoscere la fatica vera, mica quella dei calciatori”. Lo spirito di quel ragazzino ha accompagnato Dario Hübner nell’ascesa dalle case popolari di Borgo Zindis a San Siro. Dal confine con la Slovenia al centro dell'Italia pallonara, fino a essere incoronato ‘re operaio dei bomber di provincia’, come il sottotitolo di 'Mi chiamavano Tatanka', il libro (Baldini+Castoldi) scritto con Tiziano Marino. L'epica del Bisonte dai piedi ruvidi che a 30 anni, in un pomeriggio di fine agosto '97, rubò la scena a Ronaldo il Fenomeno: debuttavano entrambi in A, ma il gol-capolavoro lo fece Tatanka (bisonte nella lingua Sioux, soprannome dai tempi di 'Balla coi lupi'). Cambiò la sua vita, ma non lui. Perché quelli come lui restano sempre fedeli a se stessi. Ci rassicura la loro presenza nel nostro immaginario: come la foto di una vacanza lontana. Quelli come Hübner non cambiano mai. Al massimo cambiano sigarette. “Da maggio fumo quelle elettroniche - confessa – mi sono convinto perché a 52 anni ti manca il fiato quando giochi”. Già perché lui gioca ancora, portiere della Juvenes Capergnanica, calcio a 7. Quasi una legge del contrappasso. “Mi infilo i guantoni e sono contento”.

Hübner, dica la verità: quante sigarette fumava all’apice della sua carriera?

“Almeno 20-25 Marlboro al giorno. E lo facevo alla luce del sole”.

Nessun allenatore ha provato a farla smettere?

“Mai nessuno contrario, a loro importava che mi impegnassi in campo. Certo, le sigarette fanno male, lo dico sempre, ma facevo tanto sport e una vita regolare: questo mi ha salvato”.

L’altro piacere concesso era la grappa. Nel libro narra che, ai tempi di Perugia, la fece scoprire a Saadi Gheddafi.

“Ogni tanto nei ritiri ne bevevo qualcuna. Lui si avvicinò pensando fosse caffè: gliela feci assaggiare e l'apprezzò. Quando giocavamo vicino Trieste, mio padre veniva a portarmi stecche di sigarette prese in Slovenia e un paio di bottiglie di grappa fatta in casa. Così una domenica a Udine, regalai una bottiglia molto forte a Saadi. Il martedì all’allenamento a Perugia era in ritardo. Pensai: e se gli avesse fatto male la mia grappa? Poco dopo entrò in spogliatoio: Mister Hubner – mi chiamava così – very good, grazie!”.

Dal figlio del dittatore libico a una principessa. E’ vero che la notte prima del debutto a San Siro la passò sveglio a seguire la morte di Lady Diana?

“Sì, ero appena entrato in hotel, quando accesi la tv e vidi le edizioni straordinarie. Ho sempre avuto un debole per i fatti storici, così non scollai più gli occhi dallo schermo. Ma il giorno dopo, contro l’Inter, davanti a quella cornice di pubblico, ero fresco come una rosa: perché io ero così”.

E infatti arrivò quella rete, momento epifanico per il calcio italiano.

“Peccato che poi la doppietta di Recoba rovinò tutto: avrà fatto cinque-sei partite buone, una proprio contro di me. Ma il mio gol è rimasto comunque nella storia, lo riguardo ogni tanto su Youtube. Pochi giorni fa un mio amico mi ha taggato su Facebook e, ammetto, mi sono rivisto di gusto”.

Col Piacenza, nel 2002, vinse la classifica cannonieri con Trezeguet. Eppure non bastò per la Nazionale.

“Il mio rimpianto più grande: non volevo un Mondiale, mi bastavano 5 minuti. Credo me li meritassi. Oggi in duecento indossano l’azzurro, poi spariscono dal calcio”.

Che posto è il calcio di oggi?

“Un posto che non fa per me: io lottavo in campo, oggi combattono i procuratori, i papà, gli sponsor. Infatti ho scelto i ragazzi dell’ASD Verso onlus, squadra di Quinta categoria, il campionato per ragazzi con disabilità. Ma io li chiamo ragazzi speciali: ogni gol per loro è una festa, anche se perdono 4-0. Peccato che ora siamo fermi per il Coronavirus: dopo che un avversario è risultato positivo, ci hanno messi tutti in isolamento”.

La sua Crema è vicina a Codogno.

“Venticinque chilometri, infatti il clima qui è molto pesante. Ma io dico: evitiamo il panico, ne verremo fuori. Certo, stare barricati in casa è dura. Per fortuna ho mia moglie che mi porta le sigarette”.