Roma, 14 aprile 2020 - C’è chi dice no. Come il professor Gianni Rezza, uomo dell’Iss e membro del Comitato tecnico-scientifico del governo che combatte in prima linea il Covid-19. Ieri, accanto al capo della Protezione civile Angelo Borrelli ha detto la sua. «A titolo personale» ha chiarito, ma in ogni caso un’entrata a piedi uniti: «Da romanista manderei tutto a monte… Da tecnico non darei parere favorevole alla ripresa del campionato e credo che il Comitato tecnico scientifico sia d’accordo. Poi sarà la politica a decidere». Apriti cielo: laziali imbufaliti sui social e romanisti a sfottere. E ha concluso: «Qualcuno ha proposto un monitoraggio stretto sui calciatori, con test quasi quotidiani, a me sinceramente sembra un’ipotesi tirata».

Tirata o no, è così che il calcio si prepara a tornare in campo, attraverso quel ‘monitoraggio stretto’ e un protocollo che, ne sono certi alcuni dirigenti, farà da ‘bussola’ anche per i maggiori campionati europei. Sempre che il Covid-19 attenui la morsa. Gli appuntamenti per la ripartenza sono tre: il 4 maggio via agli allenamenti. A fine maggio la ripresa del torneo e il 2 agosto scudetto assegnato per poi lasciare spazio alle Coppe europee, per le quali si fa largo l’ipotesi delle partite ‘secche’.

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Sì, ma come tornare in campo? La Commissione medica federale già domani dovrebbe consegnare i protocolli medici che saranno discussi in Consiglio federale giovedì. Nel frattempo, sui tavoli della Confindustria del pallone ogni presidente ragiona su come riassettare il quartier generale della squadra per l’emergenza. E’ chiaro che i giocatori, una volta entrati in ritiro, saranno in totale clausura. I club che dispongono di foresterie ampie diranno stop alle camere condivise dai giocatori. L’indicazione regina sarà di usare le mascherine e rispettare le distanze sempre e comunque, tranne che per i contatti inevitabili, come quelli nell’allenamento e durante le partite. Il resto, in palestra, in doccia, o a pranzo, un metro di distanza e via. I contatti con le famiglie saranno limitati al massimo e solo in aree attrezzate. 

Di fatto, i giocatori saranno in ritiro per circa tre mesi. Seguendo l’esempio di qualche grande squadra straniera, i presidenti avallano l’ipotesi di dotare i centri sportivi di una vera e propria area ‘Biohazard’ e cioè di una cappa di contenimento nella quale trattare eventuali contagi o fattori di rischio. All’interno, turni medici h24, bardature anticontagio e un vero e proprio mini hospital super attrezzato dentro al quale giocatori e personale faranno i test ogni 3-4 giorni. Poi, tutti coloro che avranno accesso al campo, dagli ispettori federali agli inservienti, dovranno avere un certificato di negatività recente: si ragione sul tampone effettuato il giorno prima della gara.

E le trasferte? Blindatissime. E qui, la partita più delicata che dovranno trattare i signori del pallone: cosa fare nel caso di positività accertata di un calciatore? In ambito Uefa c’è chi pensa di trattare l’eventuale positività come un infortunio, attivando tutti i protocolli di contenimento necessari, con esami a tappeto per coloro che hanno avuto contatto con il giocatore ‘infortunato’ ed eventuale isolamento. D’altra parte, se si decide di far ripartire una macchina così complicata in tutta Europa, non è semplice pensare di fermarla al primo contagio.