Roberto Baggio contrastato da Zinedine Zidane durante Milan-Juve del 1997
Roberto Baggio contrastato da Zinedine Zidane durante Milan-Juve del 1997

HA SEMPRE quegli occhi lucidi e ridenti che hanno visto e “filmato” tante cose, soprattutto le ultime favole di un calcio che era gioco, non business; lavoro, regole e sacrificio, non dolce vita realizzata con ingaggi scandalosi e sfacciata esibizione di indisciplina. Nella sua stagione c’è stato un altro grande, grandissimo, Ronaldo Luiz Nazario de Lima, trascorso in poche notti milanesi da Fenomeno del calcio a fenomeno da baraccone attraverso la movida brasileira; al ragazzino che s’avviava ai primi calci al pallone dovevi per forza indicare come esempio il Codino, tanto silenzioso nel concerto mediatico quanto espressivo nell’esercizio pedatorio: «Cerca di fare come lui, diventerai un calciatore».

Esemplare, Roberto Baggio, nato il 18 febbraio 1967 in un paesino del Veneto, stimato, amato e riverito in tutto il mondo. Auguri Robi. Basterebbe un articolo di due parole per festeggiare i cinquant’anni del Campionissimo - lieve e taciturno come Fausto Coppi - nato il 18 febbraio 1967 a Caldogno. Un messaggio breve, accompagnato da un’altra formuletta altrettanto sintetica: il più grande. Non basta mezzo secolo, di solito, per farsi leggenda, mito. Occorr’essere più che campioni. Chiamarsi Meazza, Piola, Rivera, Riva. Baggio, appunto, che tuttavia era mito già a vent’anni, quando a Firenze diventò cuordiviola dopo avere attraversato un mare di dolore. E ancora dieci anni dopo - trentenne - già definito dead man walking dai soliti pressappochisti, capocannoniere a Bologna in una sola stagione, 22 gol, come mai prima. Fino a Brescia, esaltazione della sua più bella virtù, la modestia, non apprezzata a Milano.

SUL CAPO del cinquantenne Codino - ancora giovane, brillante nemico dell’anagrafe - stanno piovendo dolcezze e dolciumi, manco fosse Natale, ma è carnevale; glieli dedicano legioni di allegri smemorati e ipocriti incensatori che desiderarono piuttosto toglierlo dal campo, e dallo spogliatoio, dove le sue imprese, i suoi clamorosi silenzi, infastidivano i manovratori; ai quali riuscì un vero putsch quando il 28 aprile del 2004 - alla vigilia degli Europei portoghesi - lo convinsero ad accettare la rinuncia all’azzurro organizzando a Genova un’amichevole Italia-Spagna a lui dedicata, un pas d’adieu, un prepensionamento con la precisa volontà del ct Trapattoni di lasciarlo a casa, e la spedizione azzurra si spense nel ridicolo fra biscotti e sputacchi. Già Zoff l’aveva sostituito con Totti in Ancona il 31 marzo 1999 praticamente escludendolo dalla Nazionale. E colpisce, rivangando gli eventi della sua vita difficile di calciatore invidiatoci da tutto il mondo, trovare i nomi di due moderati signori della panchina quando in realtà aveva avuto rapporti difficili con altri mister più portati alla polemica - Sacchi, Lippi e Ulivieri su tutti - che lo giudicarono fastidioso o intrattabile o problematico in campionato e in Nazionale.

QUESTO è il “mio” Baggio, un po’ diverso da quello che si sta cantando: il ragazzo, poi l’uomo che ha sconfitto i malanni e le amarezze conquistando così - oltreché per l’infinita classe - i calciofili di tutto il mondo. L’ho visto per la prima volta quindicenne a Vicenza nel 1982, ho registrato il suo 5 maggio di dolore (prima di Ronaldo) quando nel 1985 si ruppe giocando contro il Rimini; gli ho consegnato allora un Guerin d’Oro come miglior giocatore di Serie C (Lanerossi Vicenza) e il Bravo nel 1990 per segnalarne il valore europeo. Mi sono goduto le sue imprese trimondiali, la sua essenza spirituale, i messaggi di lealtà e concretezza indirizzati ai ragazzi del pianeta. Lo vorrei ingaggiato dal Ministero dell’Istruzione - piuttosto che dello Sport, tutto preso dal business - per farne un Maestro nelle scuole d’Italia dopo che lo è stato sui campi verdi del mondo. Auguri Robi.