Alessandro Diamanti, capitano del Western United, squadra australiana
Alessandro Diamanti, capitano del Western United, squadra australiana

Melbourne, 23 marzo 2020 - Dal diciassettesimo piano del grattacielo in cui vive a Melbourne, lo sguardo di Alessandro Diamanti si spinge lontano, portandosi dietro un pezzo di cuore. «Ogni giorno guardo tre-quattro ore di telegiornali sull’Italia: è un dolore vedere quello che sta succedendo. Non si scherza con questo virus: va rispettato». Come un avversario, il più spietato: non lo vedi, arriva alle spalle e ti porta via la palla. In Italia, il Covid se l’è portato via da un po’ il pallone, simbolo nazionale di spensieratezza e condivisione. In Australia, dove dallo scorso luglio ’Alino’ è ambasciatore in campo, la situazione sta assumendo gli stessi contorni. Il virus marca strettissimo. E allora fermi tutti: compreso il calcio. E’ di ieri la decisione di rinviare la gara che oggi il Western United, in piena lotta playoff trascinato dalle magie del 36enne ex azzurro (5 gol e 7 assist in 19 presenze), avrebbe dovuto giocare a Perth. 
Diamanti, ci racconti il Coronavirus affrontato dall’altra parte del mondo.
«E’ una situazione stranissima, paradossale, ancora in evoluzione. Pare tutto normale, ma guardando al mondo di normale c’è poco. Mi sembra di vivere quello che in Italia accadeva due settimane fa. Hanno chiuso la scuola di mio figlio per un caso di posività. Fanno lezioni da casa, sono molto attrezzati qua. Però per il resto c’è ancora poca consapevolezza dei rischi. Io cerco di spiegare a tutti che siamo solo indietro di qualche giorno: per questo dobbiamo metterci in difesa».
Che effetto le fa vedere così la sua Italia?
«C’è tanta gente che sta male: sembra un brutto film. Provo grande dispiacere e sono molto preoccupato per i miei genitori e mia sorella che vivono a Prato e per tutti i miei amici. Sono in contatto continuo con loro». 
Proviamo a parlare di cose positive: come si sta a Melbourne? 
«La qualità della vita è molto alta, qui si vive e si lascia vivere, è una bellissima esperienza. Questo Paese dà delle emozioni uniche: la natura, i tramonti, sembra di toccare le nuvole. La visione degli spazi è impressionante: col cielo limpido, a volte sei a sessanta chilometri ma ti sembra di stare a uno».
E il calcio com’è?
«Sono molto preparati, grande cura dei dettagli. Fisicamente qui sono tutti degli animali, ma io a quasi 37 anni do ancora la paga ai ragazzini. Lavoro, mi sacrifico e tutti mi apprezzano».
Suo figlio piccolo, Taddeo, sta seguendo le sue orme: gioca nella Juventus Academy.
«Ha sei anni ma è già malato di calcio. Mi dice: ‘Papà io sono una wing, un’ala’. E’ tifosissimo del Bologna, l’ho portato spesso al Dall’Ara».
La prima cosa che farà appena finito questo incubo?
«Subito un biglietto aereo per l’Italia: tornerò un mese nella mia Bologna, a mangiare tortellini e stare con gli amici. Questa sarà la vacanza più bella».
Speriamo di vederla presto, allora.
«Salutami tutti e mi raccomando: state a casa».