Leo Turrini

Quello che state per leggere è un articolo che aspettavo di scrivere da undici anni. Da più di quattromila giorni. E questi numeri, undici e quattromila, subito rendono l’idea dell’evento.

L’Inter è campione d’Italia. Già mettere in fila questa frase suscita nel tifoso cronista un filo di emozione. Sarà la mancanza di abitudine, cosa volete che vi dica. Insomma, lo sostengo da sempre. Se ci stai dentro, se sei stato contagiato non dal Covid ma dalla Beneamata, apprendi in fretta la verità.

In breve: l’Inter non è soltanto una squadra di calcio. È una categoria dello spirito. Ti ammali in tenera età e sai che non esiste una cura, un vaccino. Non guarirai mai.

Il tifoso nerazzurro impara al volo che la vita è una sofferenza. Nascere Juventino è decisamente più semplice: hai qualche problema appena varchi il confine, ma quella è un’altra storia, ci penserà Ronaldo, giusto?

Disse una volta il Trap: uno scudetto nerazzurro ne vale cinque bianconeri. Parlava con cognizione di causa e senza malizia. Ecco, io credo che Antonio Conte, il grande condottiero, la pensasse allo stesso modo, quando accetto’ la proposta dei cinesi.

Mi spiego. Non era semplice immaginare di interrompere la tirannide juventina andando a lavorare in un posto dove si parlava solo di Icardi e di Wanda Nara. Perché quella era l’Inter AC, prima di Conte.

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