di Ubaldo Scanagatta Il miglior match che ho visto nei primi 4 mesi del 2021 lo aveva vinto Aslan Karatsev su Novak Djokovic nella sua Belgrado. A Djokovic il russo, fino all’anno scorso giocatore da tornei challenger – e quest’anno a 27 anni pareva uscito dal nulla quando aveva raggiunto le semifinali all’Australian Open (e poi vinto Dubai) – aveva annullato 23 pallebreak su 28 prima di batterlo dopo oltre 3 ore! Quasi tutti quelli che avevano visto sabato quella straordinaria semifinale erano piuttosto pessimisti sulle chance di Matteo Berrettini contro questo russo, solido come una roccia, ancora privo di sponsor – si veste con t-shirt nere da 10...

di Ubaldo Scanagatta

Il miglior match che ho visto nei primi 4 mesi del 2021 lo aveva vinto Aslan Karatsev su Novak Djokovic nella sua Belgrado. A Djokovic il russo, fino all’anno scorso giocatore da tornei challenger – e quest’anno a 27 anni pareva uscito dal nulla quando aveva raggiunto le semifinali all’Australian Open (e poi vinto Dubai) – aveva annullato 23 pallebreak su 28 prima di batterlo dopo oltre 3 ore!

Quasi tutti quelli che avevano visto sabato quella straordinaria semifinale erano piuttosto pessimisti sulle chance di Matteo Berrettini contro questo russo, solido come una roccia, ancora privo di sponsor – si veste con t-shirt nere da 10 euro – che picchia su tutte le palle come un fabbro. Un pessimismo giustificato soprattutto dal fatto che Berrettini era stato fermo due mesi per uno stiramento addominale e che a Montecarlo aveva giocato davvero maluccio cedendo (75 63) a Davidovich Fokina.

Ma le partite non sono mai uguali, la combinazione degli stili presenta sviluppi diversi. Fra Karatsev e Djokovic erano scambi interminabili, asfissianti, tutte pallate. Fra il russo e Matteo invece, pochi palleggi, poco ritmo. Il tennista romano ha servito benissimo per quasi tutto il match (61 36 76 e 7 punti a 0 nel tiebreak in 2h e 30 m) e con il dritto ha fatto sfracelli come nei giorni migliori. Così, non senza soffrire, ha vinto il quarto torneo in carriera, il terzo sulla terra battuta (Gstaad 2018, Budapest 2019). L’altro era stato Stoccarda 2019 sull’erba.

Avanti di un set ma subito indietro 3-0 nel secondo, Matteo non è riuscito a trasformare 2 pallebreak per recuperare, ma nel terzo è salito 3-1. Lì ha giocato il peggior game e poi 3 pari. Prima di approdare al tiebreak ha avuto un matchpoint sul 6-5, ma serviva Karatsev. Le occasioni per vincere le aveva avuto più lui che aveva giocato meglio. Ma a volte il tiebreak gioca brutte sorprese a chi non ha sfruttato troppe opportunità. Non stavolta. "Ho giocato il miglior tiebreak della mia vita, 7 punti a zero!", mi ha detto Matteo raggiante.

La sconfitta di Montecarlo era stata dolorosa. Così l’ha “sentita” ma Matteo ha spesso dimostrato in passato di aver grandi capacità di reazione. Di sicuro a tutto il movimento tennistico italiano giova il fatto che non ci sia più un solo giocatore in grado far strada nei tornei, come è stato Fabio Fognini per tanti anni, ma ci sono i Sinner, in grado di fare finale a Miami, semifinale a Barcellona cogliendo scalpi importanti, i Sonego capaci di vincere in Sardegna e ora anche Berrettini che dimostra di meritare la classifica che ha raggiunto, top-ten, quando sta bene ed è in forma. "Non ho mai dubitato di valere quel ranking", ha detto il tennista romano che in “casa” Djokovic ieri per la prima volta giocava una finale davanti a entrambi i genitori.

Contemporaneamente si giocava a Barcellona un’altra finale e, tanto per cambiare, l’ha vinta – per la dodicesima volta, 16 anni dopo la primissima – Rafa Nadal. L’ha vinta soffrendo l’indicibile con il greco Tsitsipas (64 67 75) dopo 3 ore e 40 minuti, e circa due ore dopo essersi visto annullare due matchpoint sul 5-4, servizio Tsitsipas. A Parigi il favorito n.1 sarà ancora lui.

Su www.Ubitennis.com il racconto delle finali di Belgrado e Barcellona, le frasi di Berrettini e Karatsev, Nadal e Tsitsipas.