Egan Bernal, 24 anni: il campione colombiano ha costruito la sua carriera in Italia
Egan Bernal, 24 anni: il campione colombiano ha costruito la sua carriera in Italia
di Angelo Costa CAMPO FELICE (L’Aquila) Se uno che ha mal di schiena semina tutti su una rampa in sterrato, sarà il caso di attrezzarsi: al Giro i conti bisogna farli con Egan Bernal. Si sospettava già da qualche giorno, nella scorpacciata di salite in Abruzzo con fuoristrada finale arriva la conferma. Prima con la squadra, poi di persona, il colombiano dà un saggio delle sue qualità: gli bastano per vincere la prima tappa in Italia e conquistare anche la prima maglia rosa. Dando l’idea che non saranno nemmeno le ultime. Una settimana e il Giro si mette in fila dietro...

di Angelo Costa

CAMPO FELICE (L’Aquila)

Se uno che ha mal di schiena semina tutti su una rampa in sterrato, sarà il caso di attrezzarsi: al Giro i conti bisogna farli con Egan Bernal. Si sospettava già da qualche giorno, nella scorpacciata di salite in Abruzzo con fuoristrada finale arriva la conferma. Prima con la squadra, poi di persona, il colombiano dà un saggio delle sue qualità: gli bastano per vincere la prima tappa in Italia e conquistare anche la prima maglia rosa. Dando l’idea che non saranno nemmeno le ultime.

Una settimana e il Giro si mette in fila dietro Bernal, campione al momento ritrovato dopo aver scoperto al Tour dello scorso anno di avere le gambe dispari, motivo dei capricci della sua schiena. Sbuca imperioso e imperiale in fondo ad una tappa corsa a ritmo folle pur in assenza di pianura, dopo aver lasciato ai compagni il compito di risucchiare chi era andato faticosamente in fuga e chiesto a un monumentale Moscon, lui pure recuperato da mille guai, di preparargli il terreno per la recita conclusiva. Da lì in poi provvede direttamente Bernal, con 500 metri irresistibili sullo sterrato per fiaccare la resistenza di Ciccone e Vlasov e per disegnare la giornata perfetta.

"E’ una maglia che volevo tanto, la inseguivo da un paio di giorni. E’ un’emozione enorme, se ripenso a tutti i sacrifici che ho fatto per essere qui dopo un periodo difficile mi vien da piangere, come ho già fatto dopo l’arrivo", racconta Bernal, nato 24 anni fa il 13 gennaio, stesso giorno di Pantani, col quale condivide la passione per le montagne, intese come salite da scalare in bici. In cima a questa ci arriva da solo, ma dietro c’è la spinta di una squadra come la Ineos. "Oggi i miei compagni hanno avuto più fiducia di me: sono stati loro a convincermi che ce l’avrei fatta, sempre loro si sono presi la responsabilità della corsa: alla fine è una vittoria più loro che mia", dice dopo aver baciato in segno di riconoscenza la mano di Moscon detto ‘Trattore’, apripista ideale in un finale di questo tipo.

Se la gode Bernal, puntuale su un traguardo dove era atteso, festeggiando un risultato che esce dallo sport per toccare anche l’aspetto sentimentale, perché l’Italia per lui è una seconda patria: qui è sbarcato per imparare a correre in Sicilia, qui ha vissuto a lungo in Piemonte, dove conserva luoghi del cuore e amicizie, alcune delle quali già fanno capolino sui traguardi. Ma in una giornata che fonde il vecchio ciclismo fatto di attendismo con quello dei giovani che non aspettano (e non a caso occupano i primi cinque posti della classifica), brilla anche la sua prima minaccia: quando capisce che inseguire il colombiano può bruciargli il motore, Evenepoel cala una marcia e contiene il distacco. Dimostra di non esser forte solo nelle gambe, ma anche nella testa: gli tornerà comodo più avanti, quando le salite saranno più lunghe di una lingua di terra che si arrampica sulle piste da sci.