Reggio Emilia, 28 gennaio 2020 - Davide Giudici, Kobe Bryant lo ha conosciuto bene. La stella dei Los Angeles Lakers – morta in un incidente di elicottero nei dintorni di Los Angeles, dove ha perso la vita anche una delle 4 figlie, Gianna Maria, 13 anni – e Giudici sono cresciuti cestisticamente assieme nelle giovanili di Pallacanestro Reggiana: "A quell’epoca con la società biancorossa – ricorda il fondatore della società Basket Reggio – si organizzavano tornei bellissimi, soprattutto perché ci davano la possibilità di trascorrere tanto tempo assieme. Ne ricordo uno a Torino, dove siamo stati via una settimana, o un altro a Castiglione delle Stiviere. Credo che il legame di Kobe con l’Italia, questa cosa viscerale che aveva per il nostro Paese, nascesse proprio da queste piccole, grandi, esperienze".

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Il giovane Bryant era un bambino con un focus quasi esclusivo sulla pallacanestro: "Kobe pensava solo al basket – spiega Giudici –. Così accadeva che mentre noi, una volta terminato l’allenamento, ci andavamo a prendere un gelato, o facevamo un bel giro in centro a vedere qualche nostra coetanea, lui rimaneva ad allenarsi ancora un po’, a concentrarsi tanto sul suo gioco".

La famiglia, dal mitico papà Joe, fromboliere di vaglia nel basket italiano degli anni ’80 e ’90, a mamma Pam, tendeva a proteggere molto il piccolo Kobe: "Non gli davano molta libertà, diciamo. Lo tenevano quasi sotto una campana di vetro". Una volta ebbe una crisi di pianto dopo un infortunio al ginocchio: "Quando il nostro capitano provò a consolarlo, lui lo mandò a quel paese, dicendogli che quell’infortunio gli avrebbe sbarrato la strada per l’Nba. Era il 1990, aveva 10 anni... Noi bambini in spogliatoio ci guardammo e scoppiammo a ridere. Alla fine, però, ebbe ragione lui".

I ricordi si sprecano: "Dopo il suo primo anno in Nba, in quell’estate, ritornò in Italia per la prima volta, e volle assolutamente incontrare tutti i suoi amici reggiani. Così, organizzò personalmente un incontro a prendere un gelato in Piazza della Vittoria. Che a pensarci, essendo Kobe, è una cosa incredibile, ma per noi, e per lui, era un voler rinsaldare certi rapporti. Una cosa normale. Riabbracciare vecchi amici che non vedeva da tempo".

"Anche l’ultima sua visita, tre anni fa, fu particolare perché inaspettata – ricorda Giudici –. Kobe era in Europa per un tour promozionale della Nike. Era stato ad Amsterdam, si trovava a Milano e sarebbe dovuto andare a Parigi. Ma c’era stato un attentato jihadista e la Nike annullò l’evento. Il problema era come ’sostituirlo’. Kobe suggerì subito, data la vicinanza: perché non facciamo qualcosa a Reggio? Io lo dissi a pochi suoi amici, tra cui Christopher Ward, e qualche ex compagno di scuola e di squadra". E conclude: "Kobe Bryant era una vera e propria multinazionale, viaggiava con almeno 50 persone al seguito. Ma anche in quei momenti aveva questa capacità incredibile di uscire da sistema e avere momenti di estrema umanità e sincero affetto". 

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