Kobe Bryant con la maglia dei Los Angeles Lakers (Ansa)
Kobe Bryant con la maglia dei Los Angeles Lakers (Ansa)

27 gennaio 2020 - Da dove si comincia a raccontare Kobe Bryant? Non dal campione, perché di lui si conosce tutto, dai trionfi ai record personali: aveva l’ossessione di essere il migliore e c’è riuscito. Come giocatore ha avuto anche un ruolo speciale, per non dire unico: è stato il primo testimonial di un basket davvero planetario, grazie alla diffusione televisiva della Nba nei cinque continenti. Jordan, come prima Magic e Bird e prima ancora Erving e Chamberlain, sono stati soprattutto raccontati: di Kobe si è visto tutto e questo ne ha fatto un ambasciatore irraggiungibile.

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Da dove si comincia a raccontare l’uomo Kobe? Dal ghigno spietato esibito in campo che si trasformava in sorriso appena ne usciva. A livello di fenomeni del basket, è stato il più vicino a Magic Johnson, che in campo dominava sorridendo: non a caso, ne ha vestito la stessa maglia. Col sorriso, la notte prima di morire, ha accolto il record di punti di LeBron James, che gli ha tolto il terzo posto nella classifica dei marcatori di sempre: è stato tra i primi a complimentarsi. Col sorriso ha incorniciato una delle sue ultime presenze allo Staples Center, pochi giorni fa: a bordo campo si è rivolto a una delle stelle del momento, lo sloveno Doncic, parlandogli nella sua lingua. Sorpreso, il ragazzone dell’Est si è fermato a ridere con lui prima di ricominciare a giocare.

Da dove si comincia a raccontare la leggenda Kobe? Da quello strano nome, scelto dal papà mangiando una bistecca di kobe, un raffinato taglio di manzo. ‘Se è maschio, lo chiameremo così’, disse Joe Bryant alla moglie incinta. Nemmeno lui sapeva che razza di popolarità avrebbe avuto quel ragazzo: non per il nome, ma per ciò che avrebbe combinato in campo.

Da dove si comincia a raccontare il personaggio Kobe? Da quell’Italia conosciuta da bambino e che si è portato sempre dentro. Un viaggio lungo sette anni, spesi da papà Joe da metà degli anni Ottanta fra Rieti e Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Città dove il piccolo Bryant ha cominciato a palleggiare, poi a tirare, infine a vincere, giocando spesso con i più grandi. Città dove l’hanno visto crescere e non è un modo di dire: negli intervalli e anche dopo le partite quel bimbo riccioluto era sempre in campo, sotto gli occhi di tutti, a far canestro. Con un’idea già allora fissa: andare un giorno in Nba.

Da dove si comincia a raccontare l’Italia di Kobe? Dalla lingua, che parlava ogni volta che se ne presentava l’occasione. O dai nomi delle figlie, tutti italiani. Ma soprattutto da quegli amici che, a distanza di anni, venivano abbracciati come se li avesse appena persi di vista. Con Davide, Nicola e soprattutto Christopher l’atmosfera era la stessa di trent’anni prima, e poco importava che lui fosse una stella di grandezza assoluta nel firmamento mondiale e per loro il basket fosse un ricordo lontano. Ragazzi diventati adulti che la storia dell’amico campione la conoscono davvero: sanno che non ha mai portato l’acqua al capitano della squadra, che nessuna prof di ginnastica gli ha mai consigliato di cambiare sport, come tramandavano le leggende popolari sul suo conto. Sanno anche, perché l’hanno visto di persona, che il giorno in cui a tredici anni si fece un po’ male al ginocchio, Kobe reagì all’incoraggiamento dei compagni che volevano consolarlo gridando in lacrime: ‘Non capite che questo guaio potrebbe precludere il mio futuro in Nba?’. Inevitabile che a quell’età frasi del genere provochino risate, comprensibile che a distanza di anni e di una carriera momenti così diventino ricordi.

Da dove si comincia a raccontare l’altro Kobe? Forse dalla controversa vicenda che lo vide accusato di stupro, col rischio di esser lasciato dalla moglie, prima di ritrovar pace in seguito all’annullamento del procedimento. Di quello spiacevole capitolo restano il soprannome Black Mamba che si diede da solo ispirandosi al film ‘Kill Bill’ di Tarantino, e il cambio del numero di maglia: passò dal’8 al 24, come per dare un taglio col passato, e che a fine carriera i Lakers abbiano ritirato entrambe le canotte resta un caso unico. O anche dalla splendida lettera d’addio al basket, diventata un cortometraggio che nel 2018 gli valse l’Oscar: prima di lui, mai la prestigiosa statuetta era andata a uno sportivo.

Da dove si comincia a raccontare la tragica fine di Kobe Bryant? Da come il mondo intero è rimasto tramortito dalla sua scomparsa. Succede quando scompaiono gli eroi dello sport, perché si ritiene che siano immortali. Nel caso di Bryant c’è anche quel tipo di legame che si crea con chi resta se stesso pur cambiando dimensione: non lo conosci, ma lo apprezzi. Kobe era la stella irraggiungibile del basket, ma anche il ragazzo che torna in Italia per far vedere agli amici il paesino dove ha vissuto, il parquet sul quale ha palleggiato, persino l’edicola dove comprava i giornaletti. Era quello che non dimenticava le sue origini: per questo la gente lo considera uno dei suoi e non smetterà mai di volergli bene.