di Corrado Piffanelli "Mes que un club" è il mood che risuona in ogni angolo di Barcellona, dalla Rambla do Mar all’Avenida Diagonal, dal Montjuic alla sabbia di Barceloneta. Ma quella frase che eleva il Barcellona al di sopra del calcio, che ne fa un simbolo dell’indipendenza, della multietnicità, della libertà opposta al centralismo dispotico di Madrid, è poi anche è soprattutto una sfida al solito Real, che di tutti questi principi incarna nella storia l’esatto contrario. E per scendere dai grandi ideali alla vita...

di Corrado Piffanelli

"Mes que un club" è il mood che risuona in ogni angolo di Barcellona, dalla Rambla do Mar all’Avenida Diagonal, dal Montjuic alla sabbia di Barceloneta. Ma quella frase che eleva il Barcellona al di sopra del calcio, che ne fa un simbolo dell’indipendenza, della multietnicità, della libertà opposta al centralismo dispotico di Madrid, è poi anche è soprattutto una sfida al solito Real, che di tutti questi principi incarna nella storia l’esatto contrario. E per scendere dai grandi ideali alla vita quotidiana, qui c’è un problema: il Barcellona ha vinto l’ultima Champions nel 2015, giusto in finale con la Juve di Allegri, ma soprattutto il Real di coppe ne ha portate a casa tre. Mes que un problema. Nella stagione in cui anche lo scudetto ha preso la strada di Madrid (e qui dal 2015 ad oggi il rapporto di forze è stato il contrario, 3-2 per i catalani), il Barcellona non ha più alibi: un sei volte pallone d’oro come Messi è stato affiancato in un mercato sontuoso dalla "stellina" ex Ajax De Jong (75 milioni) e soprattutto dal campione del mondo Griezmann strappato all’Atletico con 120 milioni. La stagione però è andata di male in peggio e oggi che il club è in crisi di identità oltre che in difficoltà finanziaria, proprio la Champions è l’ancora di salvataggio dopo la sconfitta in campionato, la dolorosissima eliminazione nei quarti di finale della Coppa del Re ad opera dell’Atletich Bilbao e la sconfitta in semifinale della Supercoppa di Spagna a Gedda, svolta che costò poi la panchina a Valverde a beneficio di Quique Setien, un tecnico della Cantabria misteriosamente arrivato all’eredità di Guardiola dopo aver allenato club di seconda fascia e aver portato il Betis ad uno storico secondo posto. Mes que un risc. A fare acqua però nell’anno a rischio zero tituli è in primis la società con Bartomeu al centro di una contestazione profonda che taglia società, squadra e tifoseria, che coinvolge la città e si riflette inevitabilmente sui risultati. Bartomeu, in scadenza nel 2021, deve fare i conti con un budget fortemente penalizzato dal Covid, con una vistosa protesta della squadra contro l’allenatore e contro una crisi tecnica difficile da raddrizzare senza intervenire pesantemente sul mercato. Anche per questo la Champions è come una bacchetta magica: dovesse azzeccare il finale di campionato a sospresa, Barcellona rovescerebbe una situazione molto preoccupante in una festa virtuosa. Ed a quel punto un club che oggi fatica a pagare la clausola per Lautaro potrebbe davvero riprendrsi Neymar, confermare Bartomeu e prepararsi a battagliare con meno problemi col solito Real. Mes que una fortuna.