Leo Turrini

Non è Donnarumma, il problema. Anzi, la vicenda del giovane portiere forse ormai ex milanista vale, a scanso di equivoci, come effetto. Mica come causa di una realtà che ha molti, troppi tardi.

In breve: mi meraviglio della meraviglia! Da anni e anni il calcio, inteso come business, si è messo al servizio dei mitici procuratori. I quali, beninteso, fanno benissimo a procurarsi, legittimamente, enormi guadagni. I bilanci dei top club, italiani ed europei, stanno lì a dimostrarlo: centinaia (!) di milioni di euro versati nelle casse di agenti che non fanno gol, non dribblano, non vincono scudetti.

Perché si sia arrivati a tutto questo, anche con la complicità implicita di noi addetti ai media, è materia da lasciare agli storici. Pelé e Platini non ingrassavano ottimi manager ignoti al tifoso comune. Ma Pelé e Platini erano, pur senza procuratore!, calciatori formidabili. E non facevano mica la fame.

Donnarumma in fondo non c’entra. Non è stato lui a cambiare le regole del gioco. Noi che eravamo abituati a Bulgarelli e ad Antognoni, a Maldini e a Baresi, a Totti e a Del Piero, a Mazzola e a Facchetti, a Riva e a Rivera, beh, ci siamo rassegnati da un pezzo. I calciatori-bandiera sono un ricordo, la modernità avanza, il futuro è già qui e bla bla bla.

Solo che si stava meglio quando si stava peggio e questo, almeno questo!, con buona pace di DonnarummaDollarumma, beh, lasciatecelo dire. Grazie.