Arianna Tricomi, tre volte campionessa del mondo di freeride
Arianna Tricomi, tre volte campionessa del mondo di freeride

Bolzano, 15 maggio 2020 - Il freeride più che uno stile è una filosofia di vita. Riassumibile in un concetto semplice: vivere costantemente a stretto contatto con la natura. Certo, per gli atleti top ci sono anche le gare, i risultati, il World Tour, ma è la simbiosi con l'ambiente stesso a regalare le emozioni più estreme. Tant'è vero che nessun campione aspira all'inserimento della disciplina nel consesso olimpico. Ne parliamo con la più grande rider che l'Italia abbia mai espresso, dopo anni di vuoto o quasi, la prima atleta in assoluto a conquistare il circuito iridato per tre anni consecutivi (2018, 2019, 2020): l'altoatesina Arianna Tricomi, classe '92, figlia d'arte tra l'altro. Mamma, Maria Cristina Gravina, è stata azzurra nella Coppa del Mondo di sci alpino, gareggiando anche ai Giochi di Lake Placid 1980, dove finì 15esima in discesa libera nella gara vinta dalla leggendaria Annemarie Moser-Pröll.

Arianna, com'è approdata al Freeride?

"Attraverso una progressione abbastanza naturale: ho iniziato a sciare a 3 anni con mia mamma, a sei praticavo sci alpino e al Telemark, una passione che mi accompagna da sempre, anche oggi. Mia mamma per fortuna mi ha sempre mostrato tutti gli aspetti legati allo sci, dal salire già con le pelli di foca in cima, all'abbandonarsi alla neve fresca, poi naturalmente anche in pista. Insomma, ho esplorato le diverse possibilità; ho fatto poi 10 anni di sci alpino, da 6 a 16 anni, coltivando però sempre la passione per la neve fresca: appena potevo, scappavo un po’ a cercare il powder e ad allenarmi tra i boschetti. A 16 anni ho smesso con l'alpino per passare allo slopestyle e freestyle, ma con l'ingresso ai Giochi Olimpici ho perso un po' la passione per quel mondo e per quello che era lo stile vero, precedente. Quindi l'ho lasciato e per un anno sono stata maestra di sci, prima di trasferirmi a Innsbruck a studiare fisioterapia e proprio mente studiavo ho iniziato a praticare freeride, un po’ per scherzo, giusto per svagarmi tra una lezione e l'altra di Università; nel giro di due anni mi sono qualificata al Tour mondiale e... l'ho infine vinto per tre volte consecutive, unica atleta a riuscirci. Incredibile, no?".

Incredibile. Come definirebbe il freeride?

"Uno modo unico di vivere a contatto con la natura, in posti ancora spesso incontaminati, lontani dall'uomo, in silenzio: tutti ambienti un po’ grezzi, se vogliamo, estremi. E' un cercare la vicinanza con la natura che... rende il tutto speciale. In fondo siamo personaggi all'inseguimento di un determinato stile di vita, c'è una gran differenza con l’indoor, io lo vedo più come un training outdoor, un voler restare a contatto con la natura".

Può spiegarci come si sviluppa la gara?

"Ci viene data a 'disposizione' una montagna, in gergo si chiama face, siamo poi liberi di scegliere la linea che vogliamo per scendere: lo facciamo inizialmente attraverso le foto, utilizzando anche il binocolo. Il punto chiave risiede nel fatto che non possiamo provare la discesa prima della gara, dobbiamo immaginare la nostra linea, cercare di prendere dei punti di riferimento perché quando poi sei in cima, tutta la prospettiva cambia, naturalmente. Alla fine otteniamo un punteggio dato dai giudici su cinque aspetti della run: linea, tecnica, controllo, fluidità e air&style, ovvero salti in acrobazia. Il tempo non viene preso, però la fluidità dell'azione resta un elemento importante, quindi andare troppo lentamente è controproducente. Ribadisco: l'aspetto più difficile è che non possiamo provare il percorso prima. Le tappe dell'ultimo Tour sono state disputate in Giappone, Canada, Andorra, Austria e Svizzera".

Non pensa a questa disciplina come olimpica, vero?

"Sinceramente, no. Spero resti così, ma perché ritengo che i Giochi abbiano un po' perso la filosofia di un tempo, il messaggio che dovrebbero trasmettere. C'è troppo business dietro questa manifestazione. E poi il nostro sport a livello logistico è piuttosto complicato, per via del tempo, della neve e anche del percorso in sé. I Giochi sono un'utopia e spero restino tale, per noi".

Come va la diffusione in Italia?

"Sta prendendo piede, anche se meno rispetto ad altre zone europee. Però sono sempre stata molto felice del riscontro positivo avuto dopo le mie vittorie, c'è interesse per questa disciplina nel nostro Paese anche se attualmente non si vedono molti atleti italiani in gara. Ecco, sarebbe bellissimo portare un po’ di giovani a entrare nel mondo della neve fresca. Chiaro, è uno sport un po’ complicato: bisogna fare esperienza, ci sono dei pericoli da affrontare, serve la giusta attrezzatura, ma poi ti regala sensazioni uniche. Spero veramente che in Italia sia sempre più presente, per poterlo rendere accessibile a tutti in modo sicuro, che poi è l'unico aspetto importante".

Si sente una pioniera, in qualche modo?

"A dire la verità non me lo sono mai chiesto: amo sciare, l'ho sempre amato come il primo giorno, è il mio grande amore, non mi stuferò mai e lo farò finché sarò in grado. Certo, sono felice se posso ispirare qualcuno a provare questo bellissimo sport. E' bello essere tre volte campionessa mondiale, spero che motivi un po' di ragazze a seguire la mia strada".

L'Arianna fuori dal mondo del freeride com'è?

"Una ragazza che pratica altri sport e sempre a contatto con la natura. Mi piace la pace e il silenzio che trovo in quel mondo. Se non sto sciando, mi trovate sempre in montagna, o con la bici, a piedi a scalare. E' un po' anche uno sfogo, per me. Ho studiato fisioterapia e in futuro mi piacerebbe pian piano trovare una soluzione per combinare sci e lavoro. Adoro anche il mare, il surf da onda è un'altra delle mie grandi passioni. Arianna fuori dallo sci è... un'Arianna sempre comunque alla ricerca della natura". Chiaro il concetto, no?