Julian Alaphilippe, Vincenzo Nibali, Wout Van Aert (Ansa / Alive)
Julian Alaphilippe, Vincenzo Nibali, Wout Van Aert (Ansa / Alive)

Imola, 26 settembre 2020 - Schiacciato fra il Tour e il Giro, come inevitabile in un calendario compresso, ecco il Mondiale. Se lo contende chi ha consumato energie per tre settimane in Francia e chi sta caricando il serbatoio in vista della campagna d'Italia: quale delle due ricette sia la migliore si scoprirà questa domenica a Imola. Di sicuro, funzionerà un altro tipo di ricetta: sui 259 chilometri che serviranno un dislivello di quasi cinquemila metri, avere gambe forti aiuterà.

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Mondiale duro, mondiale messo in piedi in tempi record: in Emilia Romagna ci si è tirati su le maniche per allestire in meno di un mese la corsa iridata e realizzarla con lo stesso tracciato della Svizzera, costretta a rinunciare all’evento da rigorose norme anti Covid. Norme che ci sono anche in Italia, ma la possibilità di sfruttare un impianto come l’autodromo imolese ha fatto la differenza: negli ampi spazi che offre l’impianto della F1, fare distanziamento è più facile.

Pur ridotto nel programma, sempre mondiale è. Con tutti i suoi degni attori: dei grandi nomi, mancano soltanto Sagan e Van der Poel, entrambi perché ritengono il tracciato non adatto alle loro caratteristiche, come del resto il campione uscente Pedersen. Gli altri lotteranno per gloria personale e per infrangere anche qualche tabù: come la Francia, che nel nuovo millennio ancora non ha fatto centro. Quanto all’Italia, non veste l’arcobaleno da dodici anni: l’ultimo a riuscirci è stato Ballan nel 2008, sulle strade di Varese, e chissà che correre in casa anche stavolta aiuti.

Ecco le dieci facce che a Imola potrebbero festeggiare cantando l’inno nazionale.    

Julian Alaphilippe. Vince perché ha il terreno adatto per farlo, perché quel che gli è mancato al Tour lo ha trovato proprio sulle strade di Francia, perché non è di quelli che quando tutto gira storto si arrende. Non vince perché perdere la Sanremo per pochi centimetri e la maglia gialla per una penalità spiegano abbastanza della sua stagione.

Jakob Fuglsang. Vince perché non ha sulle gambe le fatiche del Tour, perché ha calibrato la preparazione per esser pronto per Mondiale e Giro, perché un tracciato duro è un’occasione che non capita sempre. Non vince perché c’è il rischio di arrivare con un gruppetto e qualcuno più veloce di lui lo trova sempre.

Marc Hirschi. Vince perché è un ragazzo che ha il coraggio di osare, perché su un percorso duro ha già conquistato l’iride degli under 23, perché quando decide di attaccare non è semplice andare a prenderlo. Non vince perché un Tour corso con la baionetta prima o poi il conto lo presenta.

Michal Kwiatkowski. Vince perché è uscito dal Tour meno spremuto del solito, perché ama questo genere di corse, perché con la squadra a disposizione ha già dimostrato di saper vincere un mondiale. Non vince perché, come direbbe Flaiano, anche per lui il meglio sembra passato.

Vincenzo Nibali. Vince perché sa sorprendere quando nessuno se lo aspetta, perché la corsa lunga e dura lo stuzzica, perché anche se Caruso è più in forma lui resta Nibali. Non vince perché da quando il ciclismo è ripartito non ha ancora trovato la forma e questa non è la corsa adatta per riuscirci.

Tadej Pogacar. Vince perché è uscito dal trionfo al Tour al top della forma e del morale, perché le prove più impegnative lo galvanizzano, perché quando debutta in una corsa se non la vince ci va vicino. Non vince perché al suo fianco c’è Roglic e il gioco di squadra alla fine potrebbe agevolare il suo compagno.

Maximilian Schachmann. Vince perché è adattissimo al tracciato, perché al Tour ha dimostrato di aver dimenticato in fretta lo schianto contro un’auto al Lombardia, perché in caso di maltempo si accende anziché spegnersi. Non vince perché rispetto gli altri favoriti gli manca ancora qualcosa.

Alejandro Valverde. Vince perché nella corsa di un giorno è un maestro, perchè in tredici mondiali ha chiuso dieci volte nei primi dieci e sei sono state sul podio, perché fare dodicesimo al Tour a 40 anni è un segnale di salute. Non vince perché come tutti i corridori di una certa età soffre questo calendario che non dà respiro.

Wout Van Aert. Vince perché è ciò che sta facendo dalla ripartenza, perché dalle Strade Bianche al Tour non ha avuto un accenno di calo, perché quando alza la velocità in salita fa male alle gambe. Non vince perché dopo due mesi a tirarsi il collo per sé e per gli altri ci sta che vada in riserva, anche se nella crono iridata non si è certo visto.

Greg Van Avermaet. Vince perché è uscito dal Tour in crescendo, perché ha l’esperienza e il passo delle grandi classiche, perché uno che ha vinto l’Olimpiade non va trascurato troppo. Non vince perché da tre stagioni, negli appuntamenti che contano, non lascia il segno.