Fabio Aru (LaPresse)

Campo Imperatore, 14 maggio 2018 – Al Giro d'Italia 2018, meglio dell’italiano che tutti attendono vanno quelli che non ti aspetti. Non è decisamente il giorno di Fabio Aru e questi giorni cominciano ad essere un po’ troppi: nel momento in cui la corsa si accende, la fiamma del sardo diventa sempre più fioca fino a spegnersi, tanto da mostrarlo stremato e zigzagante sulla rampa dell’arrivo.

Giro d'Italia 2018, tappa 9: le pagelle di Angelo Costa

Tappa  da dimenticare, non se lo nasconde nemmeno il diretto interessato: "Giornata negativa, non avevo forze e non tenevo il ritmo degli altri: non stavo benissimo, purtroppo ci può stare. Sono umano, non sono sicuramente contento, non posso far altro che pensare alle prossime due settimane", è la versione del campione d’Italia, già proiettato in classifica a distanza preoccupante da Yates, Chaves e pure Dumoulin. Per un Aru che scende, c’è un Pozzovivo che continua a fare corsa d’alto rango: quinto in classifica dopo aver anche tentato di vincere la tappa con un assalto individuale, il laureato lucano fin qui è stato il più regolare dei nostri, perché non ha mai perso le tracce dei migliori. Al punto che Yates lo indica al momento come il rivale più temuto, in attesa delle prossime settimane: rispetto ad Aru, il suo problema è opposto, perché dovrà cercare di non perdere la forma, più che migliorarla.

Sul Gran Sasso, d’Italia ce ne molta altra. Ha la faccia di Formolo, che non fosse stato per una caduta ai piedi dell’Etna avrebbe una classifica competitiva come il passo che gli consente di arrivare a braccetto con i più bravi. Ha anche la faccia di Ciccone, il ragazzo d’Abruzzo che sulle montagne di casa non si limita a restare sul vagone di prima classe, ma cerca in tre occasioni, due nell’ultimo chilometro, di sorprendere i pezzi grossi. E ha pure la faccia di Fausto Masnada, bergamasco di 25 anni, che scappa al primo chilometro e ne fa 222 in fuga, prima con altri tredici, infine da solo: "Quando ho visto che non c’era più collaborazione ci ho provato, purtroppo il vento contrario non mi ha aiutato e il gruppo mi ha ripreso: sognavo di vincere la tappa, ci riproverò". Anche le parole sono da applausi.
 

GIRO_31063751_181225

LA TAPPA DEL GRAN SASSO - Stavolta sul Gran Sasso non c’è un Pantani che fa il vuoto, ma un signorotto rosa che vince allo sprint: Simon Yates sbuca negli ultimi metri per prendersi la tappa e guadagnare una manciata di secondi con l’abbuono. Consolida il primato conquistato sull’Etna, ma non l’idea di essere il despota del Giro: non c’è dubbio che pedali meglio di tutti, ma per arrivare all’albo d’oro dovrà esibire questa superiorità in ben altre salite. Questa gli toglie dai paraggi Froome e Aru, ma non il più ingombrante dei clienti: fra favoriti che arrancano e sorprese della prima settimana che restano a galla, Dumoulin sale con la serenità di chi si sta godendo gli scenari mozzafiato della montagna abruzzese. Ha lo stesso spirito poco dopo quando scende a valle in funivia, perché sicuramente l’ha capito benissimo anche lui: fotocopiando lo stile di corsa di un anno fa, si sta incamminando verso lo stesso risultato.

Stesso risultato anche sulla seconda cima rosa: pur in ordine inverso rispetto alla Sicilia, dettano ancora legge Yates e Chaves, che mancano la seconda doppietta solo perché ci si mette di mezzo Pinot, un altro che in silenzio continua a non perdere un colpo. Del francese è uno degli assalti in un finale in cui provano anche Pozzovivo e tre volte il giovane di casa Ciccone: alla strana coppia targata Mitchelton Scott è sufficiente tener sotto controllo chi resiste fino in cima, prima che il gemellino inglese piazzi il suo scattino velenoso. Massimo risultato col minimo sforzo per uno che adesso va al riposo col serbatoio di euforia pieno: "Non mi nascondo, ho detto fin dall’inizio di esser qui per vincere il Giro e ogni giorno che passa mi avvicino all’obiettivo. Non pensavo di raccogliere tanto nella prima parte della corsa, ma adesso sono esattamente dove volevo essere", dice Yates con quell’aria spavalda che non dipende soltanto dal vestitino candido che indossa.

La fuga più lunga: 350 chilometri e niente vittoria

Non sono dove pensavano, o almeno speravano di essere, Froome e Aru: in linea con un cammino che fin da Israele li ha sempre visti in deficit, escono di scena dalla tappa con abbondante anticipo. A tre chilometri dall’arrivo il sardo, subito dopo il discusso britannico: il loro guaio è che non cedono terreno ad un solo avversario irresistibile, ma perdono le tracce di almeno una dozzina tra rivali veri e occasionali. Se questo significa andar fuori anche dal Giro è presto per dirlo: che la corsa rosa sia lunga ancora due settimane è l’idea a cui continuano ad aggrapparsi dal primo giorno. Anche se, correndola di questo passo, per entrambi rischia di durare meno del previsto.

Giro d'Italia 2018, Froome perde l'elicottero e (quasi) il traghetto


Chris Froome (LaPresse)