Giovanni Soldini è in stand by in attesa della finestra meteo ottimale per salpare lungo la Rotta del Tè: 13mila miglia, da Hong Kong a Londra, 41 giorni e 21 ore il tempo da battere, record che appartiene a Lionel Lemonchois, con Gitana 13, dal 2008. Il team del trimarano Maserati Multi 70, dopo gli ultimi controlli all’imbarcazione, ha individuato un problema nella testa d’albero. «Preferiamo sostituire il pezzo piuttosto che prendere inutili rischi – afferma il navigatore – è quel tipo di avaria che poteva costare caro, meglio scoprirla ora che una volta partiti». Soldini conta di mollare presto gli ormeggi, alla conquista del record, non appena si creeranno le condizioni idonee per scendere fino a sud del Vietnam e della Malesia.

Roma, 13 gennaio 2018 - Lui è «il» velista, la persona alla quale ti affideresti se dovessi scavallare le onde dell’Oceano e conquistare un Nuovo Mondo. Giovanni Soldini è una di quelle persone che fa sognare. Milanese di nascita ma residente in provincia della Spezia, a Sarzana, a due passi dal mare quando il mare non lo calpesta con la sua barca a vela, da solo o in compagnia, non fa differenza. Ma è da navigatore solitario, considerato il migliore di ogni tempo, che Giovanni, 51 anni, è entrato nella leggenda.

Solitario, ma anche solo?

«Quando si fanno quelle traversate affronti da solo il mare, ma dietro c’è una preparazione che senza gli altri non è possibile effettuare, sia per la sistemazione della barca sia per il fisico sia per la tua personalità. Il gioco d’équipe è necessario, poi parti e se ti sei preparato bene, e se hai un team adeguato, sei molto più favorito. La regata, in fondo, è l’ultimo passo di un lungo e faticoso lavoro».

Però poi in mare era solo...

«Vero, dopo due anni potevo ripensare a tutto quel che era stato fatto e mettere in pratica una preparazione meticolosa. Gli altri sono pur sempre concorrenti con i quali ti devi confrontare».

Ma spesso sono lontani onde dopo onde...

«Certo. Però la passione, l’emozione che condividi comunque con loro te li fa sentire compagni di viaggio anche quando spariscono dall’orizzonte».

Che cos’è per lei la solitudine?

«Un modo con il quale ci si mette alla prova, non vuol dire eliminare gli altri o detestarli, solo cercare di trovare una propria dimensione senza averne paura».

Se esiste questa paura, come si combatte? Lei l’ha mai provata?

«Sì, l’ho provata, non posso negarlo, ma prima o poi ci fai l’abitudine. Ce la devi fare».

La competizione aiuta?

«Sì, ci sono dei momenti in cui la tensione sportiva e l’agonismo sono talmente alti che non ci pensi a essere solo contro tutto».

Come ha pensato di divenire navigatore solitario?

«In mare sono sempre andato, poi a me piacciono le cose nuove, sperimentare le mie capacità. La navigazione in solitario funzionava veramente bene in Francia e quindi mi sono incuriosito e ho provato. C’era organizzazione, si trovavano sponsor e quindi mi sembrava una cosa che si potesse fare. E infatti è stata una esperienza meravigliosa».

Quali sono le prerogative della navigazione solitaria?

«Andare da solo in barca tecnicamente è molto interessante. Ci sono grandi difficoltà da risolverenell’affrontare da solo le peripezie della navigazione, magari pensando al successo nella regata. In genere si crea un legame molto stretto con la barca per cui entri nel suo ventre, impari a riconoscere i rumori, come si muove, quello che ti trasmette e di conseguenza ogni volta che ti accorgi di un sintomo che ti fa venire in mente qualcosa vai a vedere la situazione. Diventi un tutt’uno con lei».

Si rischia che diventi una abitudine?

«Io direi che soprattutto si va in cerca di prove. In realtà è certo che uno più fa queste cose più riesce a gestire bene la propria situazione».

Nelle regate in solitario, è più importante vincere o arrivare al termine?

«Vincere o vincere se stessi sono due obiettivi che bisogna perseguire. Alla fine la cosa più importante è riuscire a conoscere completamente i propri limiti e quelli della barca».

E in questi lunghi periodi di solitudine, che cosa pensa?

«Il fatto di passare del tempo da solo, e vale sul mare come sulla terra ferma, è una scelta. Se non altro ci si mette d’accordo con se stessi e si impara a perdonarsi. E si ha tempo anche di trovare un equilibrio dentro di noi che è poi la cosa più importante. Che io lo abbia fatto soprattutto in mezzo al mare non è discriminante. A me piace navigare come a un fotografo fare fotografie. E poi nello solitudine e quando è possibile riesco anche a leggere un bel libro».

Adesso sta preparando una regata intorno al mondo con un equipaggio e con uno scafo molto importante e tecnologico: tornerà in acqua da solo?

«Non lo so, per ora sto facendo una esperienza altrettanto entusiasmante e non ci penso. Sono abituato a fare una cosa alla volta».

Questione di età?

«No, in Francia c’è un navigatore solitario che è molto più vecchio di me. Di certo non smetterò di navigare, è la mia vita, ma mi piacciono le sfide: la sfida è un elemento amico che si può gestire. Da solo o in equipaggio il fine è di rendere sempre più lontani i nostri limiti».

Nella Around Alone del 1998 mise a repentaglio la vittoria, poi arrivata, per salvare la francese Isabelle Autissier che si era rovesciata nel Pacifico meridionale e non era raggiungibile da altri: un comportamento per il quale ha ricevuto la Légion d’honneur. Non ebbe dubbi nel rischiare di perdere?

«Nessun dubbio. Quando un collega è in difficoltà viene prima il salvataggio rispetto a tutto il resto. La prima legge del mare è questa da sempre. Se ci sono complicazioni o incidenti ci si dà una mano, il resto non conta».

Alla fine, che cosa sono il mare e le barche per Giovanni Soldini?

«Semplicemente la mia vita, la mia passione, la situazione che mi piace vivere».