Napoli, 24 dicembre 2017 - I soprannommi si sprecano: «nonno campione», «manine dolci», «mani d’oro». Ma quello che lo ritrae meglio è il nomignolo di «barone», che gli fu dato dal giornalista ‘tifoso’ Gianni Castelluccio, a testimoniare la nobiltà conquistata sulle piste sabbiose di trotto, dentro il suo sulky.  Carmine Di Vincenzo, «O barone», classe 1927, novanta anni compiuti a novembre, è una leggenda nell’ippica europea, un mito competitivo e senza muffa: giorni fa, ha vinto la prima batteria della ‘Xmas Race for Unicef’ all’ippodromo di Agnano, portando al traguardo il suo cavallo ‘Tonight Lux’.
Barone, vuole battere il primato di Leo Burns che ha gareggiato fino a 97 anni?
«Lui è un dio del trotto. Pensi che vinse a 93 anni sulla pista di Du Quoin (Illinois, Usa,ndr). Non so se riuscirò a farcela, ma se la salute mi assiste potrei stare in pista fino a cento anni». Ride di gusto il gentlemen napoletano diventato un’icona degli ippodromi, con la sua giubba bianca e la striscia blu diagonale: «Non mettiamo limiti alla Provvidenza, io intanto mi divido tra ippodromo e gozzo, poi vediamo quello che succede».
Carmine, quando ha cominciato a frequentare gli ippodromi?
«Avevo cinque-sei anni, seguivo mio padre Vincenzo, driver professionista. E c’ero quando fu inaugurato l’ippodromo di Agnano (5 giugno 1935, ndr), non avevo neppure 8 anni. Mi innamorai di quell’ambiente e ci sono rimasto. Nel 1952 a 25 anni ho ‘preso la patente’ con Omero Baldi, il re del trotto, e ho iniziato a correre, la prima volta a Villa Glori a Roma. Da allora non ho più smesso, pensi che ho corso anche con mio padre, ormai vecchietto, un ricordo tenero e affettuoso, quasi un passaggio di testimone».
Lei è una sorta di dilettante, di cosa viveva mentre girava il mondo con i suoi cavalli?
«Ero un imprenditore. Con mia moglie, Bianca Mayer, di origini svizzere, gestivo un’azienda che produceva calze e calzini da uomo e bambini, l’industria tessile Mayer».
Mayer, un nome famoso…
«Suo nonno Emilio realizzò la piazzetta di Capri e Via Krupp».
Tutti i giorni tra azienda e scuderie.
«Per 65 anni la mia vita è stata questa. Lasciavo la fabbrica e andavo ad allenare i miei cavalli, una vita bellissima all’aria aperta. Solo qualche volta ‘marinavo’ per andare a Cuma o a Capri, a bordo della mia barca».
E sua moglie?
«Ah, lei non voleva, era disperata. L’abbandonavo quando stava a Capri e dovevo andare ad Agnano o a Roma a correre. Poi mi lasciava fare ed era orgogliosa di me quando le dedicavo una vittoria».
A proposito di vittorie, quante corse ha vinto?
«Più di 400, ma non ho portato il conto. Quando ho cercato di fare un bilancio esatto non ho più trovato le carte, scomparse quelle prima del 1983. Diciamo che sono tra 410 e 420. Pensi che ho vinto in sulky a Paladino la prima corsa gentleman di Tordivalle, nel 1959».
Facciamo un passo indietro, barone. Torniamo alle prime corse che ha seguito.
«Andavo con papà a un ippodromo che si trovava a San Pietro a Patierno, alle spalle dell’aeroporto, allora non c’era ancora Agnano. Si partiva con la bandiera, come le gare di ciclismo o di formula 1, non si correva dietro l’autostart o i nastri elettronici di oggi. Quando andavamo a correre a Roma, il cavallo non lo portavamo nel van, ma attaccato al calessino. Da Napoli a Roma ci volevano tre giorni, dormivamo nelle osterie che avevano i box. Altri tempi, ma sono stati bellissimi». 
Qual è il cavallo a cui è più affezionato?
«Negus con cui vinsi la corsa principale a Villa Glori nel 1957».
E oggi quanti cavalli ha?
«Quattro, ma solo due corrono».
Li accudisce lei tutte le mattine?
«Quelli che devono scendere in pista li alleno tutte le mattine, controllo se fanno progressi. Per portare un cavallo a una corsa ci vogliono almeno 10-12 mesi».
Non è stancante?
«La passione non ti stanca, l’amore per i cavalli non ti toglie le forze. Anzi te ne aggiunge». 
Lei corre ancora a 90 anni, ma guidare un sulky richiede molta forza.
«Io mi alleno tutti i giorni, faccio decine di chilometri a piedi e una dieta sana a base di frutta e verdura».
Avrà conosciuto tanti personaggi.
«Sì, i migliori guidatori, come Nello Bellei, Vivaldo e Odoardo Baldi, Sergio Brighenti, leggende del trotto. Poi tanti personaggi come Vittorio De Sica e Lucky Luciano».
Lucky Luciano, il mafioso?
«Veniva a mangiare al ‘California’ in via Santa Lucia a Napoli e ci siamo conosciuti lì, parlavamo di ippica. Era un vero appassionato, fece anche venire dei cavalli in Italia».
Ha mai commesso un errore in pista?
«Sì, con Fetonte, un cavallo che ‘comandai un po’ troppo’ per andare in testa. Si piantò e volai davanti a lui. Avevo 80 anni, pensavo di morire, ma dopo 15 giorni siamo tornati in pista insieme».
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