di Leo Turrini Michele Alboreto non ha mai vinto il Gran Premio di Formula Uno ad Imola. Eppure, il compianto eroe lombardo della velocità ha sempre avuto una relazione speciale con il circuito oggi dedicato ad Enzo e Dino Ferrari. Motivo? Beh, correva l’anno 1981 e il giovane Michele coltivava il desiderio di confrontarsi con personaggi come Nelson Piquet, Alain Prost, Alan Jones. Ma non aveva i soldi: barriera insormontabile, per chi non era ricco dalla nascita. Ma un giorno, esattamente quaranta anni fa, la...

di Leo Turrini

Michele Alboreto non ha mai vinto il Gran Premio di Formula Uno ad Imola. Eppure, il compianto eroe lombardo della velocità ha sempre avuto una relazione speciale con il circuito oggi dedicato ad Enzo e Dino Ferrari. Motivo? Beh, correva l’anno 1981 e il giovane Michele coltivava il desiderio di confrontarsi con personaggi come Nelson Piquet, Alain Prost, Alan Jones. Ma non aveva i soldi: barriera insormontabile, per chi non era ricco dalla nascita.

Ma un giorno, esattamente quaranta anni fa, la storia cambiò il suo corso. Michele non ha mai dimenticato una telefonata. Me la racconto’ così.

"Era il 1981. Un grande appassionato di corse automobilistiche, il Conte Zanon, mi fece sapere che c’era una chance di entrare nell’abitacolo di una monoposto britannica. Ken Tyrrell, il costruttore che aveva conquistato il mondiale con Jackie Stewart, cercava un pilota per Imola. Fu così che tutto cominciò...".

Sono passati quarant’anni. Alboreto, un gentiluomo sempre lontano dal fracasso inutile delle polemiche stupide, ci ha lasciati nel 2001. Perse la vita collaudando una Audi su un circuito in Germania. Michele è stato un grande. Forse il miglior driver italiano, in scia al leggendario Ciccio Ascari, ultimo “azzurro” a laurearsi campione del mondo di Formula Uno, nel 1952 e nel 1953. Alboreto sfiorò l’impresa nel 1985, quando era l’alfiere della Ferrari. Si arrese alla McLaren di Prost dopo un estenuante duello.

"All’inizio di quel campionato – ricorda Piero Corradini, all’epoca meccanico della Rossa –. Michele fece una promessa a tutta la squadra. Ci disse: se divento campione, regalo a tutti di tasca mia una vacanza di una settimana ai Caraibi. Fu battuto da Prost, ma ci mandò comunque al mare. Ci spiegò: voi non siete responsabili della sconfitta, voi il mondiale lo avete vinto ...".

Ecco, questo era, umanamente, Michele Alboreto. E tutto era cominciato nel 1981, nello scenario di Imola. A bordo di una Tyrrell. Che certo non era più quella di Jackie Stewart, ma il ragazzo, prima di incappare in un incidente che lo costrinse al ritiro, fece in tempo a mostrare il suo valore. Tyrrell lo mise sotto contratto per tre anni. Alboreto lo ripagò con due clamorose vittorie, le ultime nella storia del team, nel 1982 a Las Vegas e nel 1983 a Detroit. Poi arrivò la chiamata di Enzo Ferrari.

"Mio padre aveva un debole per Michele – ricorda oggi Piero Ferrari –. È stato il suo ultimo pilota italiano, con lui gli sarebbe piaciuto chiudere in gloria la carriera da costruttore. Non è andata così, ma Alboreto ha lasciato un segno nella storia della nostra Scuderia". Un segno indelebile.