Giro delle Fiandre, Alberto Bettiol (Ansa)
Giro delle Fiandre, Alberto Bettiol (Ansa)

Milano, 8 aprile 2019 - Cellulare impazzito fra chiamate e messaggi, tv e radio che se lo contendono per un’intervista o una diretta, le corse da una parte all’altra di Milano per accontentare il più persone possibile, se non tutte. Non può essere un lunedì come gli altri quello di Alberto Bettiol, nono italiano di sempre a infilarsi nell’albo d’oro del giro delle Fiandre, a settant’anni esatti dal primo, il grande Fiorenzo Magni, toscano come lui.

Nel tourbillon che lo travolge appena mette piede in Italia, il venticinquenne di Castelfiorentino, che deve il suo cognome ad un bisnonno veneto, incassa anche una marea di complimenti: tra i più graditi quelli di Silvia, la figlia maggiore dell’indimenticabile Alfredo Martini, che nel congratularsi a nome della famiglia ha ricordato al giovane ciclista che ‘il babbo ti voleva bene’. A quel meraviglioso babbo è legato uno dei ricordi più belli di Bettiol: qualche anno fa, poco prima di diplomarsi, Alberto andò a trovare il glorioso patriarca del nostro ciclismo, accompagnato dal suo direttore sportivo dell’epoca, Gabriele Balducci.

"Mi sembrò di entrare in un museo. Alfredo mi prestò un libro con dedica che mi sarebbe tornato utile per finire la tesi che stavo realizzando sulla vita di Gino Bartali. Non ebbi il tempo di restituirglielo prima che mancasse, spero che Lassù possa perdonarmi per averglielo 'rubato'", racconta il leoncino delle Fiandre, che di Martini ha colto perfettamente la lezione: "Mi disse che il bello del ciclismo è esser fatto di persone umili. Prendiamo vento, freddo e pioggia, non possiamo esaltarci o tirarcela".

Da come si ricorda di amici e conoscenti in questo lunedì da trionfatore, non sembra proprio uno che se la tira: in fondo, il Fiandre è la sua prima vittoria in una carriera con davanti molte belle pagine da scrivere. Per provare a farlo, si rimetterà all’opera presto, non subito: domenica guarderà in tv la Parigi-Roubaix, troppo impegnativa per uno col suo fisico, poi tornerà al Nord per correre la Freccia del Brabante il 17 aprile e soprattutto l’Amstel il giorno di Pasqua. Una settimana dopo affronterà la Liegi, "che forse è un po’ troppo dura per me, anche se mi sto scoprendo anch’io allo stesso modo in cui mi state scoprendo voi". Dopo la Doyenne, il meritato stacco, per ripresentarsi al Tour, in veste di aiutante: la squadra, infatti, farà classifica con Rigoberto Uran, del quale il toscano è anche un grande amico.

E’ già molto, non è tutto: sull’agenda di Bettiol comincia ad essere cerchiata una data speciale, quella del Mondiale nello Yorkshire: "Ho parlato con Davide Cassani e ci stiamo facendo un pensiero. Il ct mi ha spiegato che il circuito iridato è ideale per un corridore come me: conterà preparare al meglio un appuntamento così importante". Non si spaventa all’idea, come non si spaventò due anni fa, quando Cassani gli diede una maglia azzurra, col compito di dare una mano a Trentin per la volata: a trecento metri dal traguardo, Alberto era là davanti, ad esaurire il lavoro che gli era stato affidato.

Correndo di qua e di là, quasi un Fiandre della popolarità, Bettiol viaggia scortato dall’agente Mauro Battaglini e dal ds storico Balducci, quasi a voler ricordare che sono due tra le persone che l’hanno aiutato a crescere bene, oltre a sostenerlo moralmente lo scorso anno, quando prima si ruppe una costola perforandosi un polmone alla Liegi e, dopo il rientro, si frantumò una clavicola. "È vero, ho potuto maturare con calma, incontrando sulla mia strada persone come Mauro e Gabriele. Ed è stata una fortuna passare a soli vent'anni in un team professionistico: sono stati proprio loro due a farmi capire che era più importante passare e fare esperienza piuttosto che conquistare tante vittorie tra gli under 23, come avrei potuto fare se fossi rimasto nella categoria. Invece sono andato alla Liquigas, dove Roberto Amadio e tutto lo staff sono stati fondamentali: ho preso tanti schiaffoni che mi hanno fatto bene, ma ho potuto capire subito che passare da dilettante a professionista non è solo un cambio di categoria, ma si entra in un altro mondo". Un mondo che, da domenica, Bettiol ha scoperto di poter guardare anche dall’alto.