1 mag 2022

Addio Raiola, l’agente che diventò una star

E’ morto a 54 anni: dagli inizi come cameriere ai grandi campioni, ha cambiato il ruolo del procuratore rendendolo protagonista

leo turrini
Sport

di Leo Turrini

A scanso di equivoci e per amor di schiettezza: fra vent’anni difficilmente qualcuno ricorderà ancora il nome di Mino Raiola. Ma sarà un errore, fidatevi: perché il personaggio ha contribuito a cambiare, se non la storia, almeno le dinamiche del calcio che si è fatto business.

Raiola, chi era costui?, manzonianamente si chiederanno i posteri. E invece dovranno andarsela a studiare, la curiosa nonché romanzesca esistenza di un individuo che capiva di calcio come pochi e di affari come pochissimi.

Originario di Nocera Inferiore, secondo una leggenda metropolitana pizzaiolo in gioventù in terra d’Olanda (ma lui precisava: cameriere), di trattativa in trattativa il nostro Mino diventò il vero re del calcio mercato. I campioni, da Ibra a Pogba ma l’elenco sarebbe lunghissimo, si fidavano ciecamente di lui.

Agente, procuratore, amico, fratello maggiore. Tutto quello che vi pare, tra dozzine di cellulari e negoziati rocamboleschi, come quando convinse gli sceicchi del PSG a coprire d’oro Gigio Donnarumma, il portierone del Milan e della Nazionale: poi magari Gigio a Parigi ha fatto non di rado la riserva a Navas e ha scappellato pure, ma questo non intaccava i meriti (commerciali) di Mino Raiola.

Perché qui sta il cuore del problema, ammesso sia un problema: da molti anni, il Sistema Calcio versa centinaia di milioni di euro sui conti bancari degli agentiprocuratori. Ha senso? È inevitabile? Boh. Di sicuro ormai funziona così anche negli altri sport professionistici e idem con patate nel mondo dello spettacolo.

In breve: Mino non ha inventato niente. In compenso è stato il più bravo di tutti a fiutare il vento. Ha anticipato il futuro, per bello o brutto che sia. Con lui, un agente ha acquisito più importanza di un presidente, di un allenatore, di un bomber. Coppe e scudetti potevano dipendere da un suo “sì “ o da un suo “no”, perché la destinazione di un giocatore era non di rado in grado di spostare gli equilibri tecnici. Ancora e di nuovo: è sano, è giusto?

Beh, io sono troppo vecchio (e pure troppo romantico) per rispondere serenamente. In compenso, a proposito di sentimenti, sarà qui detto e scritto che Mino non ha mai dimenticato l’irrequieto Balotelli. Gli voleva bene sul serio e, flop dopo flop, gli ha sempre trovato una squadra, dal Milan (due volte!) al Liverpool, dalla Francia alla Turchia, dal Brescia al Monza.

Alla fine, purtroppo, della fiera, per fortuna non solo di registratori di cassa vive l’uomo. E Mino Raiola credo l’abbia sempre saputo.

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