Romano Fogli alla festa per i 100 anni del Bologna, al fianco di Perani. Nel riquadro con Giovanni Trapattoni alla Fiorentina
Romano Fogli alla festa per i 100 anni del Bologna, al fianco di Perani. Nel riquadro con Giovanni Trapattoni alla Fiorentina
Giorgio Comaschi La frase che fece esplodere Bologna arrivò da una radiolina alle 19,15 del 7 giugno 1964. Era la voce di Nicolò Carosio che entrava nelle case con la radiocronaca dello spareggio per lo scudetto fra Bologna e Inter. Carosio con le sue pause eterne. La frase è questa: "…Fogli…tiro fiacco…rete" (la telecronaca fu diversa, andò in onda dopo, Carosio la commentò sulle immagini e oggi è su Youtube). Chi l’ha sentita quella frase non la può dimenticare perché la città schizzò dai divani e dalle sedie, si affacciò alle finestre per urlare. Fu l’1 a 0 che aprì la strada a una vittoria storica e per la quale oggi a Bologna, il 7 giugno, si festeggia il fatto che da 58 anni non si vince più niente. Romanino Fogli ha salutato la compagnia dello scudetto per ultimo (parliamo dei titolari) come ha sempre...

Giorgio

Comaschi

La frase che fece esplodere Bologna arrivò da una radiolina alle 19,15 del 7 giugno 1964. Era la voce di Nicolò Carosio che entrava nelle case con la radiocronaca dello spareggio per lo scudetto fra Bologna e Inter. Carosio con le sue pause eterne. La frase è questa: "…Fogli…tiro fiacco…rete" (la telecronaca fu diversa, andò in onda dopo, Carosio la commentò sulle immagini e oggi è su Youtube). Chi l’ha sentita quella frase non la può dimenticare perché la città schizzò dai divani e dalle sedie, si affacciò alle finestre per urlare. Fu l’1 a 0 che aprì la strada a una vittoria storica e per la quale oggi a Bologna, il 7 giugno, si festeggia il fatto che da 58 anni non si vince più niente.

Romanino Fogli ha salutato la compagnia dello scudetto per ultimo (parliamo dei titolari) come ha sempre fatto, senza disturbare, con la classe di tutta la vita. Lo diceva anche Giacomo Bulgarelli: "Romano in quella squadra era il migliore tecnicamente". Fogli era un "cartavelina" apparente, mingherlino, una specie di alberino che sembrava piegarsi al vento delle scarpate dei vari Suarez, Picchi, Lodetti eccetera, ma che invece alla fine "legnava" lui: Una specie di killer cammuffato, un po’ come negli anni fu Franco Baresi o anche Gianni Rivera, definito abatino, ma che tirava certe saracche agli stinchi degli avversari che se le ricordano ancora. Romanino era così. Pochi gol, ma quei pochi pesanti, come un Milan-Inter 1 a 0 del ‘68, con gol suo, quando approdò ai lidi rossoneri per vincere una Coppa Campioni e un’Intercontinentale. Parliamo di niente. Parliamo di un giocatore sopraffino e sublime, testa alta e cervello fino, illuminato e illuminante perché sapeva fare più o meno tutto, vita da atleta, vita regolata (un tipo Javier Zanetti, per intenderci), persona perbenissimo, all’antica, tutto famiglia e cose semplici, niente fronzoli, niente fumo, niente alcol, niente blaterate in tv. Uno che dava la palla dentro e buonanotte: l’altro faceva gol, come nel passaggio a Nielsen per il 2 a 0 all’Inter.

Il fuoriclasse fa la cosa semplice, sempre e allora possiamo sbandierare tranquillamente ai quattro venti che Romanino Fogli era un fuoriclasse. Oggi in televisione si sentono praticamente solo due parole nei commenti calcistici, le parole sono "qualità" e "personalità", quando non sanno cosa dire si rifugiano in quelle due parole lì. Ecco, Romano Fogli era tutte due. Io vidi quel Bologna da dietro alla rete con mio padre, a scattare fotografie (oggi i fotografi non possono più stare dietro alla rete, li mettono a casa di Dio). E quindi avevo contatto più diretto più con Pascutti, o Nielsen o Bulgarelli che arrivavano fino a pochi metri da me. Romanino galleggiava nel mezzo, lo vedevo piccolino, ne avevo una percezione più lontana. Come di un regista dietro alle telecamere, che premeva i bottoni perché arrivasse alla gente un’immagine più bella. Poi, più tardi, fece l’allenatore. E le sue squadre giocavano bene. A Reggio Emilia se la ricordano eccome quella Reggiana che dava spettacolo. Giocavano bene perché lui giocava bene, forse c’era la proprietà transitiva della famosa qualità. Romano era amico del Trap dai tempi del Milan e lo seguì a Firenze, come vice. Nella Fiorentina giocava Edmundo, detto "O’ animale"? Un brasiliano geniale, ma matto come un cavallo. Bè, una volta Edmundo chiese e ottenne di andare al carnevale di Rio perché diceva che senza il carnevale non poteva vivere. La società mandò con lui Fogli, a seguirlo perché non combinasse guai. Ve la immaginate la faccia di Romanino, persona seria, posata, senza assatanamenti da turista di banane, in mezzo a quelle sculettanti ballerine, a quelle curve e a quei "davanzali" ondeggianti sotto il suo naso? Mentre Edmundo ballava al Sambodromo di Rio e gli diceva. "Non so se torno". Dev’essere stata una scena esilarante, perché se c’era una persona non adatta in quel contesto era proprio Fogli.

Adesso basta. Ricordiamolo, e non sbrodoliamo per favore con la solita retorica del Paradiso e del fatto che adesso giocheranno finalmente tutti assieme. E’ una melassa inutile che non gli sarebbe piaciuta.

Grande Romano.