di Doriano Rabotti Se ne è andato nello stesso modo in cui aveva vissuto, con la discrezione degli umili, stroncato da una malattia al pancreas che se l’è portato via in pochi mesi. Il volley piange Michele Pasinato, opposto dell’Italia campione del mondo nel 1998 con Bebeto, e prima ancora campione d’Europa nel ’93 e nel ’95, sei volte vincitore della World League, per citare soltanto i bersagli più...

di Doriano Rabotti

Se ne è andato nello stesso modo in cui aveva vissuto, con la discrezione degli umili, stroncato da una malattia al pancreas che se l’è portato via in pochi mesi.

Il volley piange Michele Pasinato, opposto dell’Italia campione del mondo nel 1998 con Bebeto, e prima ancora campione d’Europa nel ’93 e nel ’95, sei volte vincitore della World League, per citare soltanto i bersagli più grossi.

Ancora oggi detiene il record di punti segnati nella regular season della serie A italiana, 7.031 punti in 280 partite. In nazionale giocò 256 partite, con i club vinse ’solo’ una coppa CEV nel 1994 perché quasi tutta la sua carriera si svolse a Padova, la squadra della sua città (era nato a Cittadella il 13 marzo del 1969) per la quale, dopo aver chiuso la carriera tra serie B e C per divertimento, era tornato ad allenare le giovanili.

Lascia la moglie Silvia e i figli Edoardo e Giorgio, ai quali due sere fa aveva confessato di sentirsi stanco. Nel 1999 venne insignito della medaglia d’oro al valore atletico, per aver fatto parte della seconda ondata della generazione dei ’fenomeni’, quella che per la federvolley mondiale è la squadra del secolo. Ieri messaggi di cordoglio sono arrivati da vecchi compagni e dalle istituzioni, in primis dal presidente della Fipav Giuseppe Manfredi.

Quello che la cronaca e i numeri, le medaglie e le vittorie non dicono, è quanto Michele Pasinato fosse entrato nel cuore dei tifosi e dei compagni, lui così schivo da apparire a volte quasi musone, lui che rispetto a tanti protagonisti di quegli anni epici del nostro volley era tutto tranne che un personaggio, un divo da passaggi televisivi. Anche sul piano tecnico, la sua forza era l’essenzialità, la concretezza che gli derivava dalla grande umiltà. Vice di Andrea Giani nel ruolo di opposto in quella rassegna iridata, bandiera della periferia del grande volley di club, seppe ritagliarsi in azzurro un suo ruolo facendosi sempre trovare pronto alla chiamata. Perché in lui, campione costruito con la forza del sacrificio, si potevano riconoscere tutti.