epa05202244 (FILE) The file picture dated 23 May 2013 shows US actor Jerry Lewis at the press conference for 'Max Rose' during the 66th annual Cannes Film Festival in Cannes, France. Jerry Lewis will turn 90 on 16 March 2016.  EPA/SEBASTIEN NOGIER
epa05202244 (FILE) The file picture dated 23 May 2013 shows US actor Jerry Lewis at the press conference for 'Max Rose' during the 66th annual Cannes Film Festival in Cannes, France. Jerry Lewis will turn 90 on 16 March 2016. EPA/SEBASTIEN NOGIER

Roma, 16 marzo 2916 - SI DICE che i comici non siano felici e detestino invecchiare ancora più degli altri attori. Jerry Lewis che compie oggi novant’anni - e New York lo festeggia con una retrospettiva al MoMa e una reunion con Martin Scorsese al Museum the Moving Image – non fa eccezione, anzi. Sfigurato nel corpo dagli steroidi e dal cortisone e leso da innumerevoli bypass, Lewis nelle poche uscite pubbliche (l’ultima con Tarantino suo grande fan) si sforza di fare battute e di gesticolare. Quel che basta per evocare l’antica arte e per ricordare a se stesso, ancor prima che agli altri, chi sia stato. Ma la profonda tristezza di oggi è il complemento dell’arte di ieri: è una legge che vale per tutti i clown e ancor più per chi come lui iniziò da bell’attore e dovette adattare il corpo e la voce a quella maschera di “picchiatello” che gli avrebbe garantito il successo.

In “Le folli notti del dottor Jerryll”, una versione parodica del racconto di Stevenson da lui diretto nel 1963, si ricongiungono le due parti di Lewis: il bel conquistatore idolo delle donne e lo sgraziato professore. E non a caso fu quel film, idolatrato dai sui esegeti europei, a sancire il passaggio dall’attore dinoccolato eterno puer nell’autore totale regista, oltre che protagonista, dei suoi film.

NATO in una famiglia di ebrei russi, dediti a quella forma di spettacolo assoluto che è il vaudeville, iniziò presto a fare tournée come imitatore e cantante (“Rock a Bye my Baby”) fino a che, secondo la leggenda, si ritrovò quasi per caso sul palco con l’italiano Dino Crocetti alias Dean Martin. Proprio al passaggio dai quaranta ai cinquanta, quando scomparivano il trio dei Marx e il mito di Stanlio e Ollio si assopiva, nacque la loro coppia, anomala nelle fondamenta visto che il comico era solo uno. In sette anni da “La mia amica Irma” a “Hollywood o morte” furono toccate le vette del successo e della popolarità: i film affrontavano vari ambienti che ogni volta venivano messi a soqquadro grazie all’irruenza fanciullesca e irrefrenabile di Jerry: la naja, il football, i marines, il palcoscenico (indimenticabile “Il cantante matto” dove il brutto anatroccolo ruba la scena al bel cantante), il gangsterismo, il golf (“Occhio alla palla” ma più tardi Lewis torna sul prato da solo con il ben più complesso “The Caddy”) l’ippica, il circo etc. fino a parodie celebri come “Mezzogiorno di fifa”. Le sceneggiature spesso firmate dal gigante Taurog sfruttavano i temi offerti dal duo anche in chiave psicanalitica. Il picchiatello rappresentava il ragazzo con difetto di protezione e Martin l’adulto suo malgrado costretto a prendersene cura: tra le risate trapelavano tematiche freudiane e rimbalzavano temi che in nessun altro contesto sarebbero potuti giungere sullo schermo.

DOPO la divisione della coppia Lewis continuò da “vedovo” sulla falsariga delle pellicole precedenti a mietere successi dimostrando così come fosse stato il motore unico della coppia: “Il marmittone”, “Il delinquente delicato”, “Il balio asciutto” videro solo l’intensificarsi del gioco del corpo di Jerry, abile a trasformarsi in marionetta disarticolata e capace di farsi corpo comico. Subito dopo nacque il Jerry Lewis regista sceneggiatore responsabile unico della sua arte. Una serie di film in cui la sua intelligenza l’ebbe vinta sulla performance: “Jerry 8e3/4”, i “7 magnifici Jerry” e “Tre sul divano” indimenticabile lezione (anti)psicanalitica.

DUE EPISODI chiudono la sua parabola: la partecipazione come coprotagonista al film di Scorsese “Re per una notte” e l’episodio controverso e oscuro del film comico ambientato in un campo di concentramento “The Day the Clown Cried” realizzato alla metà degli anni Settanta che lo stesso Lewis non ha mai mostrato facendone un film più che maledetto. Se ne conoscono pochissime sequenze, non abbastanza per dare un giudizio ma abbastanza per comprendere che il meccanismo era il medesimo che presiederà al fortunato film di Benigni “La vita è bella”.