Pelé, il film nelle sale (Olycom)
Pelé, il film nelle sale (Olycom)

Milano, 26 maggio 2016 - «Quando mi son rivisto bambino mi sono commosso. Emozionato. E ho pianto...». Seduto sullo sgabello nel palco della Sala Buzzati a Milano c’è un signore di 75 anni che è pure il giocatore simbolo della storia del calcio, entrato nell’immaginario collettivo di intere generazioni. La sua vita, la sua carriera, è diventata un film. Edson Arantes Do Nascimento: i suoi genitori lo chiamavano Dico, per tifosi e avversari semplicemente Pelè. L’unico calciatore ad aver vinto tre Mondiali, ad aver realizzato una doppietta (da minorenne) in una finale, ad essersi avvicinato ai 1300 gol (esattamente 1283, mai nessuno come lui). Cammina appoggiandosi su una stampella, affaticato e sofferente, ma con il solito meraviglioso sorriso su quel faccione aperto all’umanità. È tornato in Italia per un evento speciale: la presentazione di “Pelè”, da oggi in duecentocinquanta sale italiane. Centosette minuti di emozioni e passione, la storia di un ragazzo che non aveva niente, neanche le scarpe per giocare a pallone, ma che è riuscito a cambiare tutto. La storia dove il calcio giocato si mischia con le ansie di una famiglia che vede crescere in fretta il bambino prodigio esploso nel Santos.

La vita del campione brasiliano ha spesso incontrato la cinematografia, ma questa è la sua biografia. Che racconta la prima parte della vita di Pelè fino a una delle più grandi imprese sportive di sempre, la conquista del Mondiale il 28 giugno 1958 grazie alle prodezze del giovane campione, che a soli 17 anni («non sapevano chi fossi, mi domandavano se venissi dal’Argentina o dal’Uruguay», rivela O Rei) segnò due reti nel 5-2 finale contro la Svezia padrone di casa dopo un’audace promessa al padre fatta 8 anni prima, il giorno del devastante ko nei Mondiali del 1950. “Pelè”, di Jeffrey e Michael Zimbalist (prodotto dallo stesso ex calciatore insieme a Brian Grazer, premio Oscar per “A beautiful mind” mentre tra i doppiatori c’è Bruno Pizzul, voce storica delle telecronache), è interpretato nel film dagli attori Leonardo Lima Carvalho e Kevin De Paula, scelti dopo un “casting” che ha coinvolto 3000 bambini e adolescenti di tutto il mondo, perché «non serviva solo un attore, ma un ragazzo che facesse rivivere le stesse emozioni». E che sapesse “trattare” la palla in un certo modo, tant’è che Kevin è stato notato, come tanti suoi coetanei, sulla spiaggia di Copacabana.

«Quando i produttori vennero da me e mi dissero di voler fare un film sulla mia vita pensavo fossero matti - racconta Pelè -. Avevo avuto un ruolo in altre pellicole come “Fuga per la vittoria”, con nomi importanti, ma quella volta ero perplesso. Quando ho avuto il copione, leggendo il modo in cui si voleva raccontare la mia vita, mi sono commosso. L’eredità che mi ha lasciato la mia famiglia si basa sul rispetto e sull’educazione, e questo è il tema centrale del film». Nell’infanzia narrata da “Pelè” ci sono pure bambini poverissimi che giocano a piedi nudi perché non hanno i soldi per comprare le scarpe: «Ma per diventare campioni non serve nascere ricchi - osserva l’eterna leggenda -, per eccellere occorrono solo lavoro duro e rispetto. Quando ho capito di essere veramente forte? Dopo aver segnato il mio millesimo gol, nel novembre del 1969. Avevo già 29 anni, era un rigore, ma mi tremavano le gambe... Fu una gioia immensa».

E poi c'è la 'ginga', ovvero la gioia e lo spirito del popolo brasiliano, il dribbling e il cambio di passo nel calcio. «È una cosa molto personale che ognuno ha dentro di sé, è spettacolo degli artisti del pallone, è il cuore delle persone. Oggi credo che Messi possa esprimere tutto ciò. Però ai miei tempi era un’altra storia: Garrincha era uno pieno di ginga, come Bobby Charlton. E anche Pelè». Ma il cuore del film è la finale dei Mondiali del 1958. Un trionfo che fu anche il riscatto di un popolo, dopo la disfatta in casa contro l’Uruguay. «Venivamo da un disastro, simile a quello successo nell’ultimo Mondiale, sempre in casa. Quel match fu importante per tutta la nazione, non solo per me. Io ero ancora troppo giovane per capire la pressione, credo che per me il momento più coinvolgente sia stato nel 1970. Che stress, ero fra i veterani, sapevo che sarebbe stato il mio ultimo Mondiale e lo vinsi». Ma questo è un altro film da vedere...