20 gen 2015

Esce 'Difret', il film prodotto dalla Jolie. L'intervista al regista Mehari

Potente dramma giudiziario con i contorni di un thriller: storia vera di Hirut, ragazzina etiope che sfida le leggi della Telefa, il rituale del rapimento a scopo di matrimonio, e di una giovane donna avvocato che l'aiuta a difendersi. Nelle sale il 22 gennaio

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Roma, 20 gennaio 2015 - Con la conoscenza e la consapevolezza si può arrivare a un cambiamento. Anche in questi tempi bui, per i diritti civili e per le donne. Ne sono convinti Zeresenay Berhane Mehari, regista di Difret - Il coraggio per cambiare, e Angelina Jolie, produttrice esecutiva dell'opera, un potente dramma giudiziario con i contorni di un thriller.

difret posterStoria vera di Hirut, ragazzina etiope che sfida le leggi della Telefa, il rituale del rapimento a scopo di matrimonio, e di una giovane donna avvocato che l'aiuta a difendersi. Il film sta arrivando in Italia: sarà nelle sale il 22 gennaio, distribuito da Satine Film, sull'onda di un entusiasmo trascinante. Pareri molto positivi sono giunti dalla critica e dalle autorità dei governi inglese, americano ed etiope. Tra questi, quello di John Kerry, Segretario di Stato Usa: "E’ una storia di coscienza che dovrebbe ispirare tutti noi".

Difret è il terzo film in 35mm uscito dall'Etiopia. Vincitore di numerosi riconoscimenti, tra cui i Premi del Pubblico al Sundance Film Festival di Robert Redford e alla Berlinale 2014, è un film importante e coraggioso, che affronta il delicato passaggio dalla tradizione tribale- secondo cui una bambina può esser rapita con la violenza dal suo futuro sposo- alle garanzie della legge costituzionale del paese, per il rispetto della dignità umana. 

Temi che hanno portato all'italiana Satine film il premio "Cineteca Italiana/Trust-Nel nome della donna", per l'alto messaggio di giustizia sociale in difesa dei diritti civili presenti in quest'opera.

Nel suo ruolo di Ambasciatrice di buona volontà dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, la co-produttrice Jolie ha promosso il 'Global summit per la fine delle violenze sessuali nei conflitti' a Londra, durante il quale ha invitato i principali distributori della pellicola che lei ha scelto di rappresentare: “Quando ho visto Difret ho pianto per i primi 20 minuti, ma poi ho sorriso, pensando che non vedevo l’ora che il mondo potesse vedere il film, straordinariamente bello. È una storia che dà speranza per il futuro dell' Etiopia e per tutti gli altri Paesi dove ancora moltissime ragazze crescono senza la protezione della legge e mostra come la tenacia di persone coraggiose sia in grado di risvegliare la coscienza di una società. Tutti  dovrebbero vederlo perché questo film può provocare un cambiamento". Toccata nel suo cuore di mamma, la super star ma anche donna impegnata in attività in difesa dei più deboli, si è commossa quando ha visto un'incredibile somiglianza fra la piccola protagonista del film e la figlia Zahara.

Navy Pillay, Alto Commissario per i diritti umani, al Festival di Locarno ha sottolineato: "Sfidare le tradizioni richiede tempo. Anche in Europa avvenivano matrimoni forzati e credo sia possibile anche per i Paesi in Via di Sviluppo e in particolare per l' Africa, arrivare al rispetto dei diritti umani. L'importante è la consapevolezza sempre maggiore che le giovani donne oggi hanno e il non volere più tornare indietro". 

Mr. Mehari, il suo film uscirà a giorni. Come pensa verrà accolto?

"Premetto che non conosco l'Italia ma non vedo l'ora di visitarla. Difret è essenzialmente una storia di speranza, coraggio e lotta dei protagonisti nell'affrontare le avversità, che hanno le sembianze della tradizione. Una lotta universale e con la quale i popoli possono identificarsi, ognuno nella propria cultura. Perciò l'accoglienza in Italia sarà enorme, io penso. Abbiamo vinto 4 premi popolari (due in Europa e due in Nord America) e questo testimonia del modo in cui la gente ha partecipato al vissuto dei personaggi".

Quali sono stati gli elementi artistici e umani che hanno convinto la giuria popolare di Berlino?

"Penso che dipenda dal fatto che la maggior parte della gente non sa dell'esistenza di questa tradizione in Etiopia. Specie al giorno d'oggi. Cosa che fa tutt'uno con la forza di Hirut e della sua avvocatessa Meaza nell'opporsi a questa particolare usanza". Come regista ho cercato di rendere il film più vero possibile, presentando uno scenario nel contesto dei differenti punti di vista.

Chi vincerà fra giustizia e telefa?

"Non penso sia questione di Legge contro la telefa. Ciò che dobbiamo fare è educare i nostri bambini, soprattutto i maschi, alla fede nell'uguaglianza di genere, già in tenera età. Ammettendo che il rispetto della legge sia una componente fondamentale della soluzione, se comportamento e modo di pensare non cambiano, non possiamo vincere contro una consuetudine che considera le donne meno degli uomini. Se raggiungiamo invece la consapevolezza di dover cambiare, potremo interrompere completamente il rapimento a scopo matrimonio nei prossimi 40 anni".

Quali sono stati gli ostacoli più grandi da affrontare, come autore?

"Per un filmmaker indipendente l'ostacolo più grosso è assicurarsi il budget. Ci sono voluti 6 anni per fare il film, e abbiamo dovuto cercare forme non convenzionali per reperire risorse. Dal punto di vista creativo, ho sofferto la mancanza di un laboratorio cinematografico in Etiopia. Ho deciso di realizzare il film in 35mm e di impressionare la pellicola a Mumbai, India. In questo modo, avere i “giornalieri” per rientrare a un'ora decente a casa è stato molto difficile".

Che ne pensa di Angelina Jolie come donna e ambasciatrice dell'Onu?

"E' stata un grande acquisto per noi. La sua attività di attrice e le scelte che sta facendo come regista sono davvero di ispirazione per le donne di tutto il mondo. Oltre a ciò, il suo lavoro umanitario come ambasciatrice riflette il suo investimento motivazionale nei problemi del mondo e specialmente di coloro che non hanno voce, e questo è perfettamente in linea con le nostre spinte motivazionali".

Un autore anche se libero è coinvolto in un sistema duro e competitivo. Ha mai pensato, “E se non riesco a vendere il film”?

"Sì, come regista sei sempre preoccupato di come far arrivare la tua opera a un'audience mondiale. Devi anche capire e accettare che la distribuzione è un mercato, e qualche volta siamo forzati a prendere decisioni che non sono nostre. Questo è il mio primo lungometraggio e sono cosciente che non avrò lo stesso tipo di libertà che ho avuto girando Difret nel mio secondo e terzo film".

Lei pensa che il Global Summit convocato dalla signora Jolie abbia sensibilizzato l'opinione pubblica?

"Assolutamente sì. Il mondo ha imparato che in molte zone di conflitto la violenza contro le donne è usata come arma di guerra. Cosa inaccettabile. Le nozze di bambine sono contratte durante le guerre a livelli epidemici in certi Paesi. Dobbiamo unirci e raccontare una storia come Difret farà la differenza nell'informare la gente su che cosa sta succedendo nel mondo".   

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