Il regista Gianni Amelio (75 anni)
Il regista Gianni Amelio (75 anni)

Milano, 1 aprile 2020 - L’intervista a Gianni Amelio è parte del numero di aprile della Rivista del Cinematografo che dedica la copertina e un ampio speciale a Nanni Moretti. 
Nata nel 1928 ed edita dalla Fondazione Ente dello Spettacolo, La Rivista del Cinematografo, diretta da mons. Davide Milani, è la più antica pubblicazione italiana di cinema. Questo numero è disponibile eccezionalmente in modo gratuito. Per scaricarla: www.cinematografo.it


La medicina per i nostri mali, in epoca di virus, non è a portata di mano. I nuovi film slittano, le sale si trasformano in desolanti scacchiere. Un antidoto lo offre la Cineteca di Milano. La “Videoteca di Morando” arriva gratis in streaming, con più di 300 titoli a disposizione, senza dimenticare i preziosi materiali d’archivio. Abbiamo chiesto a Gianni Amelio, maestro dietro la macchina da presa ma anche fine conoscitore di storia del cinema, di aiutarci a mettere ordine nell’oceano di filmati, scegliendo 7 film della Cineteca.
Partiamo da Gli italiani si voltano, di Alberto Lattuada, del 1953.
"È l’ultimo frammento, il più breve, di un film corale che si chiama L’amore in città . Il film, strutturato come un giornale, nasce da una teoria molto cara a Zavattini, quella del “pedinamento”. La cinepresa segue le persone comuni, e da questo si ricava la verità dell’esistenza. In realtà è tutto ricostruito. Antonioni, Fellini, Lattuada, Lizzani, Risi, Maselli e Zavattini mostrano la finzione come inchiesta. Ma chi vince e chi perde da un punto di vista espressivo? Il più giovane di tutti, Francesco Maselli, meno che ventenne, con Storia di Caterina centra in pieno lo spirito dell’impresa. Gli italiani si voltano, di Lattuada è uno scherzo, un elzeviro, una nota di costume a piè di pagina. La cinepresa va a caccia di belle fanciulle, divette che si fingono passanti anonime ancheggiando per le strade di Roma. E inquadra i maschietti che si girano a guardarle. Lattuada non si prende sul serio, si diverte, ci mette del suo".
Nel suo Il ladro di bambini c’è l’eredità di Luigi Comencini.
"I bambini e noi è un’inchiesta televisiva del 1970, cinque o sei puntate, mi pare. Comencini andava a scoprire, in tutta Italia, le condizioni dell’infanzia. Lui ha sempre avuto un’attenzione particolare per i più piccoli, indipendentemente dal loro rapporto con gli adulti. Con grande sincerità, qui entra in scena fisicamente, fa il giornalista col microfono in mano, alla Gregoretti. In quegli anni il film fu molto significativo. Si inscrive totalmente nella personalità del regista che, sullo stesso tema aveva già firmato il bellissimo La finestra sul Luna Park ".
Da un viaggio attraverso le regioni del nostro Paese, passiamo alla fotografia in movimento della capitale meneghina, a Milano ’83 di Ermanno Olmi.
"Il più bel ritratto di Milano che abbia mai visto. Un documentario senza parole. Al centro ci sono i rumori, i suoni. Mi sono rimaste nella memoria le albe, lo stridore dei tram sulle rotaie. C’era un montaggio incalzante, molti squarci feroci, una Milano diversa, oscura, con un’esistenza di sacrifici, solitudini. Come un proseguimento di Il posto , più di vent’anni dopo. Uno sguardo libero, quello di Olmi, che coglie volti segnati dalla vita di ogni giorno, sempre uguale come una prigione. Il colore era tagliente, violento, drammatico".
Quindi I misteri di un’anima di Georg Wilhelm Pabst.
"L’ho visto tanto tempo fa, ne ho un’immagine imprecisa. È stato, se non sbaglio, il primo film con richiami espliciti alla psicanalisi. Pabst chiese addirittura la collaborazione di Freud, ma lui rifiutò e gli fece conoscere due suoi allievi. È talmente programmatico il riferimento alle teorie freudiane, da poterle paradossalmente accantonare, guardando il film. La linea del racconto è semplice, senza pesantezze di simboli e pistolotti didascalici. La figura del protagonista, tormentato nei sogni dalle armi da taglio, richiama più la scarna visione di Buñuel".
Da Pabst a Lubitsch. Anna Bolena e non solo.
"Ernst Lubitsch è sinonimo di commedia, anzi è “la commedia”. I suoi film drammatici sono poco considerati, anche se per me L’uomo che ho ucciso (1932) è un capolavoro che mi ossessiona. Nel periodo del muto An na Bolena , che ho visto alla Cinémathèque di Parigi negli anni Settanta, mi sembra la sua regia più bella. Lubitsch utilizza la recitazione debordante di Emil Jannings per caratterizzare il re, figura fatta di eccessi sgradevoli, che mettono ancora più in evidenza la protagonista, vittima designata, che non smettiamo mai di amare. Mi restò impressa la sequenza finale, l’avvicinarsi di Anna al patibolo. Il suo passo incerto, la veste che scivola sul terreno, il viso che trattiene la paura, come quello di una bambina che non sa che cos’è la morte, ma sta andando a morire".
Spaziamo tra i generi, arriviamo a La legge della tromba di Augusto Tretti.
"L’ho visto da qualche parte, ma non al cinema. È un film/persona, nel senso che si identifica completamente con il suo autore. Tretti ha fatto tutto da sé, cercando l’aiuto solo di un montatore esperto come Mario Serandrei. Stralunato, timido, provocatorio, indifeso, scostumato, brillante, presuntuoso, alieno. Gli aggettivi non finirebbero mai, per definirlo. Nel 1962 mi colpì ma non mi fu simpatico. Forse mi sbagliavo".
Per concludere?
"Qualcosa di più leggero, Maciste alpino di Giovanni Pastrone, Luigi Romano Borgnetto e Luigi Maggi. L’Italia era in guerra quando uscì, nel 1916, ma l’eroe forzuto non lo sapeva. Lottava per far trionfare il bene in pellicole che sembrano un unico film, dai titoli intercambiabili. Un personaggio seriale, diremmo oggi, che nacque dalle costole di un capolavoro, Cabiria , scritto da Gabriele D’Annunzio. Ho visto poco di quell’ondata che fece espandere il cinema italiano nel mondo... Allora storcevo il naso, oggi rivedo quei film e mi commuovo. La nostalgia gioca con il peplum la sua carta vincente".