Da sinistra, Arianna Masciarelli. A destra, la 15enne con la mamma Manuela
Da sinistra, Arianna Masciarelli. A destra, la 15enne con la mamma Manuela

Pomezia, 24 agosto 2019 - “Il sorriso di Arianna è la mia ragione di vita. Ho sempre desiderato aiutare gli altri, con mia figlia ne avevamo già parlato. L’ho cresciuta da sola, sono divorziata da quando era piccola. Volevamo fare qualcosa insieme. Il corso alla Croce Rossa per soccorritore, volontariato negli ospedali per dare sollievo ai malati... Aspettavamo che finisse il liceo”.

Manuela Emili è la mamma di Arianna Masciarelli. Che viveva a Pomezia e aveva solo 15 anni quando il terremoto se l’è portata via, quella notte del 24 agosto 2016 era in paese con un gruppo di amici. Morta accanto a Tommaso Reitano, 14enne. Gli altri si sono salvati. Questione di un passo. L’associazione è nata appena due mesi dopo il sisma per aiutare tanti ragazzi malati e le loro famiglie senza risorse e sostegno. Una rete straordinaria, con ‘Immensamente Giulia’ e ‘Insieme a Giordano’, volute da Fabio e Michela Rinaldo e da Massimo e Manuela Ciarpella, che nel sisma hanno perso i figlioletti di 9 e 4 anni. Da un dolore inconsolabile, queste tre famiglie hanno messo in moto una macchina della solidarietà che ha distribuito sostegno psicologico e centinaia di migliaia di euro. Una cifra che fa impressione, soprattutto se confrontata ai numeri dello Stato (in tre anni appena 200 milioni della Cassa depositi e prestiti per la ricostruzione privata, che pesa 22 miliardi). Per Manuela Emili la strada è ancora più in salita: “A differenza delle altre famiglie, io sono sempre sola. Vero, da un anno è entrata nell’associazione anche mia madre. Tutto il mio tempo libero è questo, lo scopo della mia vita è questo. Altrimenti sarebbe solo andare a lavorare e pagare le tasse. Loro sono la mia famiglia. Sono gli unici che sanno guardarmi negli occhi per comprendere che cosa ho dentro”.
 

Come scegliete i casi?
“Spesso ne sentiamo parlare agli eventi che organizziamo, magari ci vengono segnalati da altre associazioni. Per questo la rete, la famiglia, è importante. Per questo siamo sempre insieme alle manifestazioni. Perché insieme possiamo fare di più”.
Storie di ragazzi senza aiuti dalle istituzioni, come i terremotati.
“Penso a Giulia, ci è stata presentata dai genitori di Giordano. È una ragazza autistica, ha 19 anni. Per lo stato italiano un cittadino affetto da una malattia degenerativa che non conosce cura e per la quale non esiste la guarigione, a 18 anni deve ricominciare tutto da capo”.
In che senso, tutto da capo?
“Sì, perché s’interrompe l’assistenza, il sostegno per un istituto, ad esempio. Bisogna mettersi di nuovo in fila nella graduatoria. Ecco l’assurdità. Quello che facciamo noi, è quello che dovrebbe fare lo Stato”.
Che tipo di aiuto date?
“In questo caso ci piacerebbe molto pagare la retta di un istituto. Ma arrivano fino a 1.100 euro al mese, non li abbiamo proprio. Così stiamo valutando di poter pagare il costo annuale di un’attività come teatro, musica... Oppure, se non si riesce a trovare una struttura vicino a casa, vorremmo almeno riuscire a garantire un’assistenza domiciliare”.
Una catena d’altruismo.
“È così. All’ultima camminata di Fabio Sakara,  che con una protesi ha stabilito il record del mondo di pedalata, abbiamo conosciuto Francesco, un bimbo di 9 anni. È disabile al 100%. La sua malattia è così rara che non se ne conosce nemmeno il nome. La mamma mi diceva: noi non abbiamo bisogno di soldi, in realtà, ma di tempo"

Il sisma del 2016 è stata anche una strage di bimbi e ragazzi.
“Arianna e Tommaso sono morti accanto. Mia figlia era in vacanza con il papà, nella casa dei nonni. Pescara del Tronto per lei era il sogno di tutto l’anno. Amava il silenzio, il rumore dell’acqua. Amare veramente vuol dire anche accettare il destino di una persona”.
Lei era a Pomezia.
“Ci siamo sentite al telefono. Il 23 aveva una visita al Bambin Gesù, doveva operarsi di scoliosi. Hanno rimandato l'appuntamento, l’ho chiamata e gliel’ho detto. Perfetto, mi ha risposto, così rimango ancora. Restare il 24 è stata una sua scelta. Lei era lì per amore, amava quel borgo”.
Dov’erano i ragazzi quando sono arrivate le scosse?
“Ho conosciuto gli amici di Arianna perché abbiamo scelto insieme la foto da mettere sulla lapide. Mi hanno raccontato che avevano fatto un giro opposto al solito per lasciare due gattini. Erano nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Mia figlia e Tommaso... Bastava un passo in più e sarebbero vivi”.
È andata alla commemorazione?
“No, sarebbe stato uno spreco di energia. Utile solo a far da vetrina a istituzioni che sono state assenti e che continuano così. Se tornerò a Pescara del Tronto sarà in un altro momento”.
Lontano dai riflettori?
“Abbiamo un progetto con altre famiglie, quelle di Elisa Cafini e Gabriele Pratesi”.
I cuginetti di Pomezia, avevano 14 anni e 8.
“Siamo molto legati, insieme organizziamo manifestazioni. Quando avranno rimosso tutte le macerie, faremo domanda per piantare alberi in memoria dei nostri ragazzi. Il paese non sarà sicuramente ricostruito lì, è in un cava in pendenza con una sorgente sotterranea, appoggiato su una faglia”.
Qual era il tratto più bello di Arianna?
“L’altruismo. Ha sempre detto di non volere niente. È sempre stata una bambina anomala. Se per Natale o per il compleanno le chiedevo cosa desideri, mi rispondeva, ho tutto. Quando aveva sei anni adottammo un bimbo a distanza in una missione in Africa. Ci inviarono il calendario, lei ogni mese pensava di aver aiutato un piccolo a stare meglio. Lo guardava la mattina, era contenta”.
La sua vita, oggi.
“Il pensiero è continuo, la normalità è devastante. La normalità per noi non esiste più. Anche fare una visita medica. Arrivi alla domanda sui figli e scatta il blackout. È tutto in equilibrio molto precario. E poi torno a casa e sono da sola. Per me l’associazione è tutto. Quando vedo un bambino che ride... Quando una famiglia mi dice, sei un esempio, mi hai dato la forza di andare avanti... Questo mi fa stare meglio. Altrimenti la mia vita sarebbe veramente inutile. In tanti ci chiedono: come trovate il coraggio di aiutare bambini che prima o poi non ci saranno più? Perché c'è un modo per rimanere con loro, noi pensiamo di essere qui per questo. Per dare a queste famiglie  la forza di non mollare, la forza di svegliarsi la mattina”.