Amatrice, 22 agosto 2018 - Dove c’erano i borghi più belli d’Italia ci sono villaggi di casette, quasi sempre abbarbicate sui fianchi delle montagne (sbancate). Tutte in fila, tutte uguali, a volte isolate nel nulla: stessi colori, stessi mobili, stessi problemi. Dopo due anni devono ancora consegnare più di trecento alloggi provvisori. Poi: capita anche, nel mezzo della notte, senza preavviso, di trovarsi davanti a una strada di montagna sbarrata, che ti costringe a tornare indietro, ad esempio se provi a passare da Arquata del Tronto a Montegallo-Montemonaco, nelle Marche devastate dal sisma di due anni fa. E sono ancora a singhiozzo le antiche vie commerciali che hanno legato da sempre questa terra all’Umbria. I turisti - soprattutto stranieri - affollano la piana di Castelluccio, uno spettacolo anche oggi che i colori non sono così accesi.  (Video). Qui il sisma ha colpito duro il 30 ottobre. Ma nel cratere non ci sono più, non ci sono ancora, le seconde case che tenevano su l’economia dei paesi. Unica consolazione: nemmeno il terremoto - la sequenza partita alle 3.36 del 24 agosto 2016, Accumoli, Amatrice, Arquata, da allora più di 92mila scosse - è riuscito a sfregiare la bellezza dei luoghi, dei paesaggi che sono un vero gioiello. Solo che la vita qui resta provvisoria. Il sindaco di Amatrice Filippo Palombini, ingegnere, vede le casette come una spina nel fianco. Ammette: "Vero, i villaggi sono tristissimi. Quegli alloggi costano un botto, durano poco e danno un sacco di problemi. Se li prenderò in gestione, dopo? Nella maniera più assoluta, farò le trincee. Se mi dicono che siamo obbligati, mi devono spiegare chi paga la rimozione. Piuttosto, noi chiediamo allo Stato di investire sulle seconde case, quella è l’economia del nostro territorio. O puntiamo a una ricostruzione fatta bene oppure dobbiamo andarcene tutti". Intanto quasi tutte le attività economiche di Amatrice sono state riaperte, "ma ora la sfida è riuscire a mantenerle – ragiona il sindaco –. C’è scarsa disponibilità di alloggi e seconde case, è faticoso". Entusiasta della scuola, "l’unico esempio di come si dovrebbe lavorare in emergenza, grazie alla Provincia di Trento in due settimane avevamo riaperto. A settembre sarà pronto il nuovo edificio, un grande intervento economico di Marchionne, lo ricordereremo". La torre civica resiste, ingabbiata. Il paesaggio nel frattempo è cambiato. (Video).

Le montagne di macerie si sono più che dimezzate, "lo smaltimento è arrivato al 60% - spiega Palombini –. Entro febbraio contiamo di sgomberare tutto". C’è ancora l’esercito, a sbarrare il passaggio ai curiosi, oltre il giardino con il monumento a Camilla, il cane eroe. Di là dalla strada palazzi imbragati. Sulle rovine cartelli, dicono "uniti nella ricostruzione". Ecco: i messaggi - spinta, coraggio, speranza, invito al rispetto dei morti - puntellano il nostro viaggio tra le regioni del sisma. Si affacciano alla parete di un negozio, sulla locandina di un corso. Insistono, "barcollo ma non mollo". Ringraziano i turisti che si sono appena fermati in bottega a fare la spesa di specialità, il ciauscolo marchigiano, i formaggi e i salumi umbri, le ciambelle al mosto ancora calde. Francesco Sirocchi, il giovane fornaio di Montemonaco, con il laboratorio accanto al negozio, ci ha creduto e non si è rassegnato a farsi consegnare il pane da qualcun altro. "I turisti vogliono i prodotti della nostra terra", è la sua analisi. Costa fatica, ma vale la pena. (Video)

 Le Marche con il terremoto hanno perso 1.500 posti di lavoro. Diego Della Valle-mister Tod’s in pochi mesi ha aperto una fabbrica ad Arquata, ma il suo esempio non è stato seguito da nessun altro grande imprenditore. Lassù, sopra la strada, oggi si vede solo un gran buco, come un Ground Zero. Lì c'era Pescara del Tronto, il cuore sanguinante  di questa regione, 47 morti su 299. "No foto no selfie. Rispetto per le vittime", c'è scritto in rosso su grandi teli bianchi. Molte macerie sono state rimosse. (Video).

Le ruspe lavorano tra gli altari, foto e fiori, come una preghiera perenne dedicata a chi era qui nella casa di famiglia, in vacanza, ed è stato colpito a tradimento nel sonno. Pescara è un paese sbriciolato che dovrà essere ricostruito altrove perché ha scoperto di avere le fondamenta bucate. Il giovane vicesindaco di Arquata del Tronto, Michele Franchi, tenacemente attaccato alla sua terra - "mai avuto l'idea di andare via", è certo: "Ce la faremo". Le persone - gli sfollati sono più di 50mila, nelle quattro regioni del cratere - hanno cercato di ritrovare un pezzo di normalità in questa vita che non sarà più come prima. Franchi sa che c'è un'insidia, il rischio che ci si abitui all'assistenzialismo di Stato, che è pur qualcosa. Ripete: "Vero che ci sono ritardi. Il problema di questo terremoto? E' stata la superburocrazia. Hanno sbagliato il sistema". "Qui è tutto fermo», è la sintesi sconsolata del sindaco di Accumoli, Stefano Petrucci. Se penso che la scuola doveva essere pronta a settembre dell’anno scorso, mentre i lavori sono iniziati ai primi di agosto...". Cesare Spuri, direttore dell'ufficio ricostruzione Marche, fa i conti: "Gli istituti danneggiati sono stati 150, quelli chiusi con danni gravi una cinquantina. Prevediamo di ricostruirne 65, ad oggi ne sono stati completati 13". Ma solo 8 sono le scuole definitive,  7 realizzate grazie alle donazioni, 1 dal commissario De Micheli.  Il predecessore, Vasco Errani, aveva previsto che sarebbe stato concluso tutto entro settembre dell'anno scorso... "Lui arrivava dall'esperienza emiliana - osserva Spuri -. Ma qui non siamo in pianura, ci sono tanti vincoli in più. Diciamo che ha peccato di ottimismo".