Un'aula di giustizia
Un'aula di giustizia

Roma, 28 ottobre 2020 - Premette: "Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge. A differenza di quello patrimoniale, non può essere provato nel suo preciso ammontare e deve quindi essere liquidato dal giudice con valutazione equitativa”. Ci sono l’analisi e la firma di Damiano Spera - giudice, coordinatore dell’Osservatorio milanese sulla giustizia civile - sotto le tabelle diventate un punto di riferimento per i tribunali d’Italia. La stessa  Cassazione ha preso atto che quasi tutto il Paese segue quelle 'tavole'.
Dottor Spera, come si arriva a definire un risarcimento?
"Sulla base dei  precedenti giudiziari che noi monitoriamo. Partiamo da lì per approntare  tabelle che poi aggiorniamo negli anni successivi".
L’età conta?
"Sì, per ogni anno di vita il risarcimento del danno alla salute diminuisce, si perde di mezzo punto percentuale". 
La professione, invece?
"Nell’importo standard no. Poi c’è un criterio di personalizzazione che fa tesoro delle caratteristiche e anche del lavoro svolto dalla vittima".
A che grado di parentela arriva il risarcimento?
"Fino ai nonni, partendo da coniuge, convivente moro uxorio, figlio, genitore. Monitoriamo le decisioni di merito ed avevamo notato che molti giudici cominciavano a liquidare anche il danno subito dai nonni per la perdita del nipote. Ne abbiamo preso atto e abbiamo aggiunto quella voce  nell'edizione del 2009".
Quante sentenze analizza ogni anno l'Osservatorio di Milano?
"Il numero non è sempre costante, cambia a seconda dei periodi. In questo momento abbiamo un monitoraggio di quasi seicento decisioni che hanno per oggetto il danno da perdita, cioè da morte, o una grave lesione del rapporto parentale, cioè il danno da sofferenza interiore, conseguenza di quel che è accaduto al congiunto".
Che percentuale rappresenta questo numero?
"Potrebbe essere il 5% ma è comunque un numero significativo. Bisogna considerare che il nostro lavoro  è basato sul volontariato".
Qual è la spinta che ha fatto nascere l’Osservatorio?
"La volontà di evitare disparità di liquidazioni a parità di condizioni, che è poi  l'aspetto accolto dalla Cassazione, nella cosidetta "sentenza Amatucci". Il giudice che non applica la tabella milanese emette un verdetto  viziato per violazione di legge che può essere cassato dalla Suprema Corte. E dunque il  braccio rotto comporta sempre il medesimo pregiudizio alla salute, che un ragazzo di 20 anni abiti a Milano o a Palermo, deve avere lo stesso risarcimento".
Quando ha iniziato  la sua ricerca?
"Ormai sono molti anni, mi occupo di questa materia dal 1993".
E cos’è cambiato, in tutto questo tempo, al di là dell’adeguamento Istat che registrate?
"Sicuramente c’è una sensibilità maggiore su questi temi".
Gli Osservatori hanno fatto cultura?
"Un po’ credo sì,  le nostre sentenze sono state lette, gli orientamenti sono stati condivisi. Sempre però in una cornice della Corte Costituzionale".
Un caso che abbia fatto discutere?
"Noi facciamo il contrario, non andiamo a vedere quel che fa che discutere. A noi interessano i casi  normali. Perché quelli eccezionali sono anomali, non fanno statistica. Nelle tabelle rientrano invece i fatti colposi, li potremmo definire di tutti i giorni".
Quali sono nel dettaglio le voci che permettono di arrivare alla valutazione finale?
"Teniamo presenti più fattori. La coabitazione, l’età della vittima e del sopravvissuto, le consuetudini di vita...".
Quindi è un’indagine che entra molto nella vita delle persone?
"Esattamente. L'avvocato deve essere bravo e portare nel processo questi elementi. Può li prova, più aumenta il risarcimento".