Rigopiano, i familiari delle vittime in aula a Pescara
Rigopiano, i familiari delle vittime in aula a Pescara

Pescara, 16 luglio 2019 - Hanno contato i giorni. Hanno studiato le carte, hanno pianto, hanno gridato la loro rabbia. Hanno lavorato insieme, trasformando un dolore incancellabile e privato in un impegno pubblico. Oggi per le famiglie di Rigopiano doveva essere il giorno della giustizia. Era fissata l'udienza preliminare a Pescara, per sapere chi andrà a processo tra i 25 indagati dell'inchiesta principale (24 persone fisiche e una società).  Ma alle 11.30 la decisione: tutto rinviato al 27 settembre, per permettere agli avvocati degli imputati di leggere le carte, in 110 infatti hanno chiesto di essere ammessi come parte civile.

LA TRAGEDIA. La strage nel resort ai piedi del Gran Sasso - una delle più gravi di sempre - ha provocato 29 morti. I familiari e i superstiti, sono arrivati in aula indossando le magliette con i volti dei loro cari. Nell’hotel di Farindola seppellito da un valanga il 18 gennaio 2017 sono morti sposi, fidanzati, fratelli, figli. Hanno vissuto gli ultimi momenti della loro vita nell’angoscia, perché nessuno veniva a liberare nove chilometri di strada seppellita da un muro di neve. Così il lavoro o la vacanza da sogno si è trasformata in una trappola mortale. Al momento dell'appello  Gianluca Tanda, presidente del comitato, aveva dato voce al sentimento di tutti: “Finalmente iniziamo. Nessuno di noi stanotte ha dormito. In questi due anni e mezzo abbiamo lottato, pianto, gioito, se mai si può usare questa parola. Abbiamo cercato sempre la verità, tenacemente. Finalmente oggi arriva la giustizia.  E' sotto gli occhi di tutti quello che è successo, è sotto gli occhi di tutti chi sono i responsabili di questa strage. Speriamo emerga la verità fino in fondo. Perché i colpi di scena dell’ultimo momento hanno lasciato l’amaro in bocca. Parlo della seconda indagine sul depistaggio. Depistaggio nel depistaggio, direi. Se la telefonata e la richiesta d'aiuto di Gabriele D’Angelo fosse stata scoperta prima, l’inchiesta avrebbe preso una piega diversa? Questo è un dubbio che ci portiamo dentro“. 

UDIENZA. Marcello Martella, papà di Cecilia,  estetista del resort morta nella strage a 24 anni, è in aula con la moglie Angela. Racconta: "Siamo ammassati in uno spazio troppo piccolo per i presenti, con un solo microfono, non si sente granché. Ci sono venti sedie per 150 persone". Si fa l'appello e ci vuole un'ora, come aveva previsto Romolo Reboa, l'avvocato che assiste diverse famiglie e anche oggi ripete: "Un processo difficilissimo".  Loredana Lazzari, la mamma del poliziotto Dino Di Michelangelo, morto nel resort con la moglie Marina Serraiocco (scampato miracolosamente  il figlioletto Samuel, come gli altri tre bambini presenti in hotel), è concentrata sull'obiettivo comune di tutti: "Due anni di attese, di dolore e di speranze per arrivare ad oggi. Credo nella giustizia". L'altro figlio Alessandro, che aveva un rapporto davvero speciale con il fratello, guarda la scritta che campeggia nell'aula e pensa a Paolo Borsellino: "La  bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità".