Rigopiano (Farindola), 3 aprile 2018 - Finalmente questa mattina gli operai del cantiere hanno cominciato a montare la rete metallica attorno alle macerie dell'hotel Rigopiano, travolto da una valanga più di 14 mesi fa. Preparano il lavoro delle prossime ore, delicatissimo: dovranno separare i ricordi da tutto il resto. Tutto il resto è da portare in discarica; i ricordi per le famiglie delle 29 vittime sono come un commiato, un’altra sepoltura, una carezza che non c’è stato modo di dare. Ieri tra le rovine s’aggirava una piccola folla di Pasquetta.  Marcello Martella, che nella strage di Rigopiano ha perso la figlia Cecilia, 24 anni, estetista nell’hotel, era lì con la moglie Angela e alla vista di quel trambusto ha chiamato i carabinieri. Con la nuova recinzione si proverà a rimediare, i cartelli di area sotto sequestro sono ben visibili ma questo non basta a frenare la curiosità della gente.

L’aveva denunciato a Qn nei giorni scorsi anche Nicola Colangeli, il babbo di Marinella, che aveva 30 anni e dirigeva con entusiasmo la spa del resort. Qui arriva sempre qualcuno, aveva raccontato il 18 marzo davanti ai poveri resti del 4 stelle. Tanti sono amici o parenti, passano per una preghiera, un omaggio. Ma qualcuno arriva solo per curiosità e si porta anche via qualcosa. Souvenir da Rigopiano. Nicola vede queste scene tutti i giorni perché tutti i giorni parte da Farindola e sale per una preghiera. Ieri la confusione era imbarazzante. "Decine di persone, famiglie con bambini - è desolato Marcello Martella -. C’era chi scattava foto, qualcuno aveva in mano un pezzo di vetro, un mattone, una pallina di Natale... Allora non ci ho visto più. Ho chiamato i carabinieri. Stavo per arrivare alle mani. Questo è turismo macabro. Hanno fatto la stessa cosa sul relitto della Concordia. Ma là sotto ci sono ancora i ricordi dei nostri ragazzi. Noi li vogliamo indietro". Dalla gita di Pasquetta sulle macerie alla strada disastrata l'impressione è sempre la stessa: pare che a Rigopiano non sia cambiato nulla. Se scansi la folla di curiosi che spunta in certi giorni, dopo 14 mesi questo luogo rimasto nel cuore di tutti gli italiani trasmette lo stesso senso di abbandono di quel giorno. Era il 18 gennaio 2017, gli allarmi rimasero inascoltati in un Abruzzo nel caos, piegato dal maltempo. La recinzione è crollata (e come poteva resistere a 1.200 metri una rete di plastica?), la strada per salire è in condizioni disastrose: buche, frane rovinose, avvallamenti. La stessa strada che quel giorno era bloccata da un muro di neve e si trasformò in una trappola mortale per turisti e dipendenti del resort sul Gran Sasso. Il tutto a 40 giorni dal Giro d’Italia, nel programma ufficiale la manifestazione farà tappa il 13 a Campo Imperatore e salirà quassù il 15, per scendere poi a Castelli e proseguire verso le Marche terremotate.

Maurizio Formichetti, instancabile organizzatore del Giro in Abruzzo, anche questa volta ci ha messo il cuore ma è deluso. Ha fatto una ricognizione sul percorso,  i cantieri non sono partiti. “Al di là dei proclami ancora c’è il timore di non fare in tempo - ragiona -. C’è un atto d’indirizzo della Regione che ha concesso una somma sostanziosa alle tre province per sistemare le strade. Ma da quel che risulta, considerato il tempo per il bando e altro, i lavori non potranno partire prima del 20 aprile. Ce la faranno? Ce la devono fare. Qui si rischia il buon nome dell’Abruzzo. Ci rimettiamo la faccia tutti, a partire da me. Se non ce la facciamo, per qualche anno possiamo dire addio al Giro in Abruzzo".