Rigopiano (Pescara), 20 giugno 2019 - Luana, 30 anni, era cresciuta con il pallone. “Qui in paese, a Bisenti, c’era un campetto, lei era ancora una bimba e faceva già le partite con i ragazzi - ricorda mamma Cristina -. Allora il calcio femminile non era così considerato! Ha giocato anche in B, sognava la Nazionale. Oggi quando vedo le partite delle azzurre sto male, mi viene da piangere. Perché l’ho sempre seguita. Attaccante, ala destra... Era innamoratissima di Zidane, Del Piero e Ronaldinho. Pensavo, mi piacerebbe farle una sorpresa, farle incontrare qualcuno di loro. Quanti sacrifici! Anche quando aveva lasciato tutto per lavorare a Rigopiano. Da qui è mezz’ora di viaggio. Veramente dovevo andarci io. Ma le dissi, vuoi provare? Ci ho ripensato tante volte, dopo”. 
Ilaria, 22 anni, si era diplomata al Linguistico ma poi le era venuta la passione per la cucina. Aveva fatto le serali all’Alberghiero e il corso da Niko Romito, lo chef pluristellato di Castel di Sangro. Idee chiare, tanta voglia di fare. Aveva trovato lavoro in un ristorante a pochi minuti da casa, da Archi che è un borgo incantato nella provincia di Chieti. Ma in quel lavoro comodo aveva resistito appena pochi giorni. Perché voleva essere libera di “creare”, così aveva convinto tutti, anche la mamma Mariangela che l’adorava. Ilaria faceva due ore di viaggio per essere su a Rigopiano, tornava in famiglia una volta alla settimana. E ci pensava la notte, a quel che voleva preparare il giorno dopo. 
AMICHEI sogni di Luana Biferi e Ilaria Di Biase si sono incrociati e spezzati nella cucina del resort ai piedi del Gran Sasso. Quello era il loro regno, lo spazio dei desideri. Prima colleghe, poi amiche, tra i dipendenti c’era un gruppo affiatato di ragazzi. E lì sono morte, sotto la valanga che ha spazzato via tutto e ha cancellato 29 vite. Quel pomeriggio del 18 gennaio 2017 alle 16.49 erano ai fornelli, stavano preparando la cena, “ma non avevano la divisa, come tutti erano pronte a scappare”, racconta Cristina, che accompagnava la sua Luana ovunque quando giocava a calcio - anche in B, nel Pescara - e poi a calcetto. E ricorda di quella volta che il mister s’inventò il soprannome che le sarebbe rimasto per sempre, la chiamò “tre polmoni”. Racconta: “Lei aveva 14 anni, era un’amichevole. Pioveva, il campo era tutto una pozzanghera. Ma come correva! Lui le gridò: vai vai tre polmoni, vai! Ce l’ho ancora qui davanti: era felice”. Partita vinta, in premio c’erano 20 euro. Poi aveva lasciato la sua passione per il lavoro a Rigopiano. 
IL FUTURO SPEZZATO. Il futuro era pieno di progetti. Negli ultimi tempi con Ilaria si erano decise: ancora un po’ di gavetta nell’hotel Rigopiano dove avevano imparato il mestiere, e poi via per un’altra vita. “Volevano aprire una pasticceria”, racconta Mariangela sorretta dall’affetto della sorella Pina, perché più il tempo passa e più il dolore si fa acuto, insostenibile, come un assillo costante sotto la pelle. Quando va al cimitero si ribella: possibile, io qui da lei, perché devo accettare questo ribaltamento della natura? Lo stesso sentimento che prova la mamma di Luana. Parla, racconta e ogni tanto le esce un sospiro, "mah", dice. Perché i conti non tornano, non si può trovare una spiegazione a quel che è successo. “Pasticceria, pizzeria e panetteria”, ripensa Cristina. Spiega che nei progetti delle ragazze c’era un ruolo per tutti, anche per lei. 
SOLIDARIETA'. Ilaria era la specialista dei dolci. E allora la famiglia e zia Pina che era come una seconda madre oggi nelle tante iniziative che le dedicano hanno trovato posto anche per una gara di torte, le portano parenti e amici, il ricavato va in solidarietà. “Ilaria Di Biase il nostro angelo”, si chiama l’associazione che hanno creato, tanta beneficenza e tanti progetti. Dal dolore privato all’impegno pubblico, “viviamo per ricordarla”, ha gli occhi lucidi la mamma, in casa le foto e i ritratti della giovanissima vittima sono un po’ ovunque, ecco la tesi di laurea che le ha dedicato il fidanzato. La camera è come l’ha lasciata, il suo cagnolino Jago l’ha aspettata fino all’ultimo, è stato male, l’hanno ripreso solo dandogli una compagna. Il mercoledì era sempre libera, “e così quando ho sentito la notizia della slavina, quella sera maledetta ho pensato: è a casa”, piange la zia. Invece no, quel giorno la ragazza “nata adulta, una piccola donna”, non era tornata, la neve l’aveva bloccata nel resort. Lo stesso per altri colleghi e anche per Luana, che era partita malvolentieri, il sabato, accompagnata dal babbo con il fuoristrada. Non voleva andare ma la mamma l’aveva rassicurata. Invece Mariangela aveva provato a tenere a casa Ilaria, ma lei aveva ribattuto, senza esitazione: “Non posso lasciare Luana nei guai, con tutte quelle persone”. Erano in 40, tra turisti e dipendenti. 
LA GIUSTIZIA. Il 16 luglio è fissata l’udienza preliminare, che cosa vi aspettate? “Dal più piccolo al più grande devono pagare per quel che hanno fatto. Questo è stato un assassinio”, scandisce zia Pina. “Un omicidio di Stato - grida la sua rabbia Mariangela -. Hanno lasciato 40 persone là dentro a chiedere aiuto. Hanno anche occultato le chiamate. Hanno fatto finta di niente. Che stessero al caldo, dicevano. Il giorno prima, martedì 17, nel pomeriggio, addirittura hanno pulito la strada e fatto salire gli ospiti. Con Ilaria ci siamo sentite per l’ultima volta alle quattro di mercoledì. Ma’ stiamo aspettando la turbina, mi ha detto. Vedrai arriverà, come fanno a lasciare 40 persone così, la rassicuravo”. Poco dopo la valanga ha sepolto tutto.
LA RABBIA. Ilaria e Luana cercavano il futuro nelle cucine di Rigopiano. Spinte dalla passione di fare, come i loro colleghi. Libere. Come i falchi che ti sorprendono  quando arrivi all’ultima curva, prima di Archi e poi a Bisenti, il paese di Luana che amava i rapaci, borgo martoriato dai terremoti e così ricco di storia, il cartello all’ingresso dice, qui è nato Ponzio Pilato. Campionessa, hanno scritto a Luana nel giorno del funerale, quando i vigili del fuoco hanno portato la bara a spalle. “La rabbia supera il dolore”, confida Cristina. Aggiunge: “Non so cosa aspettarmi dalla giustizia, siamo in Italia”. La mamma di Ilaria s’infiamma: “Porteremo i volti dei nostri cari al processo. Devono vederli in faccia, 29 persone non ci sono più. La maggior parte erano ragazzi, mia figlia era la più piccola. Devono guardare quei volti. Non possiamo fermarci, vogliamo giustizia. I colpevoli sono tanti. Devono pagare tutti”.