Poggio Bustone (Rieti), 6 giugno 2019 - “Qui c’è Francesco”, annuncia un frate operaio, indaffarato nel cantiere del convento di San Giacomo sui monti Sabini: sentieri, boschi, gole, una bellezza che commuove. “Buongiorno buona gente”, è il benvenuto scritto sulla terracotta, la tradizione dice che San Francesco si rivolse così agli abitanti del paese quando arrivò a Poggio Bustone, era il 1209. Siamo nel punto più alto del cammino che si snoda nella valle di Rieti, la valle santa, e congiungendo i 4 santuari francescani - Poggio Bustone con Fontecolombo, Greccio, La Foresta - compone una croce, itinerario di fede. Il terremoto del 2016 ha fatto i suoi danni anche quassù: ma i lavori non sono mai partiti. Anche per i nostri capolavori di storia, arte, devozione, i tempi sono così dilatati che sembra non sia successo nulla. Ma l’attesa non scoraggia frate Renzo, il guardiano di una comunità che conta tre religiosi. Ha appena accolto un giovane tedesco che è arrivato al convento dopo aver percorso seicento chilometri a piedi. Tira fuori dalla tasca il libretto, sono le credenziali del pellegrino, un altro timbro per raccontare questa sosta. Poi il ragazzo si mette seduto a mangiare un po’ di frutta, “ce l’hanno lasciata ieri, gliel’ho offerta, anche questa è la provvidenza”, sorride il guardiano. I frati oggi vivono nella foresteria, l’antico convento è inagibile. Addentrarsi nella parte che si può visitare regala una grande emozione. Roccia, legno, preghiere, un paesaggio a strapiombo sulla valle, il paese là sotto. Un luogo mistico, qui San Francesco ebbe la certezza della Perdonanza, cancellò una volta per sempre i dubbi sul suo passato da soldato. 
“Paese natale di Lucio Battisti e Attilio Piccioni. Luogo del perdono francescano”, c’è scritto su un cartello alle porte del paese, in un elenco di glorie. I giardini naturalmente sono quelli  'di marzo', da una parte la statua della leggenda musicale, giù in fondo al paese la casa natale indicata ai turisti. Ma poi salendo su fino all’eremo resta tutto alle spalle. È il cammino del silenzio. Da fare in povertà, risparmiando anche sulle parole.