Castelluccio di Norcia, 27 agosto 2018 - Il poeta della lenticchia fino a dieci anni fa era un sottufficiale dell’Aeronautica, addetto ai materiali speciali per telecomunicazioni. Ma da pensionato ha deciso di prendersi un lusso: dedicare tutto il tempo che serve al suo grande amore. E dopo il terremoto di due anni fa, ha avuto una spinta in più. Perché occuparsi del suo pezzetto di paradiso nella piana di Castelluccio vuol dire anche fare resistenza alla perdita d’identità di queste terre martoriate. “Ce la sto mettendo tutta - si racconta Giuseppe Iacorossi, che ha appena sistemato il raccolto sul trattore pronto a ‘tritare’ la lenticchia ai primi di settembre -. Spero di riuscire a tramandare quel che faccio ai più giovani. Scrivo in continuazione di cose che si stanno perdendo, di tradizioni. Sono nato a Castelluccio come mia moglie, che aveva un’azienda agricola". Accenno di risata al telefono: "Io facevo il bracciante...”. Giuseppe Iacorossi ha girato il mondo, rimanendo sempre ancorato alle sue radici, "qui facevo le mie ferie. Oggi lavoro 3mila metri per uso personale. Semino e raccolgo a mano". Eccolo nelle foto, anche prima del sisma, mentre sparge i semi usando lo stesso sacco di tela grezza del nonno. "Sono il depositario della tradizione della vera lenticchia", rivendica con orgoglio. Ci vogliono tempo e pazienza per cogliere i frutti del lavoro. Perché parliamo della "lenta", come si chiama l'oro di Castelluccio, semi inconfondibili: di forma tondeggiante, piccoli, tigrati. "In primavera si semina; si aspetta luglio-agosto per la raccolta. Nel frattempo, tra la fine di giugno e i primi di luglio, si va in pellegrinaggio a Santa Scolastica a chiedere la pioggia. E' una tradizione antichissima.  I canti delle donne si tramandano da generazioni. Poi il presidente della Comunanza offre pane e vino a tutti. Infine  si torna a Castelluccio e per strada s'intrecciano le ginestre, che vengono attaccate sulle porte". Ma il momento spettacolare, quando la piana si riveste di colori incredibili, è per la fioritura. Colze, papaveri, fiordalisi: giallo, rosso, blu. "Hanno una funzione fisiologica - svela Iacorossi -. Proteggono la lenticchia dal sole durante il giorno, di notte assorbono l’umidità perché a Castelluccio c’è sempre la nebbia. Questo microclima protegge le piante e le porta a maturazione". Quando la lenticchia si "carpisce", in altre parole si strappa a mano. Infine "verso ii primi di settembre si batte, in gergo si dice tritare, vuol dire che il seme esce dal bacello, che serve come fieno per gli animali". Insomma non è un'illusione pensare di recuperare questo patrimonio, storico e gastronomico, mentre tutto attorno è ancora deserto e desolazione, macerie e zone rosse dopo due anni? Iacorossi risponde di slancio: "Io credo di no.  E siamo in tanti a pensarla così. Almeno spero".